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La patocenosi nella Roma antica:
un percorso medico integrato

da

Tam male Thais olet quam non fullonis avari
testa vetus media, sed modo fracta via
[…]
Mart. VI.93

Premessa

L’indagine storica sulle malattie infettive rappresenta una straordinaria opportunità non solo per la ricostruzione di specifici quadri nosologici all’interno di un sistema patocenotico più ampio, ma anche l’occasione per riflettere sulle strategie metodologiche utilizzate per interpretare le fonti a disposizione dello studioso. Superata la distinzione, umanistica prima e positivista poi, tra fonte primaria e fonte secondaria, tra documento e monumento, l’esegesi attenta delle testimonianze scritte, anche di quelle tradizionalmente percepite come immediate, ha contribuito ad allargare il cono di luce attorno all’oggetto di indagine e a permetterne quindi una migliore contestualizzazione. Questo è vero in generale e lo è a maggior ragione nel campo della medicina antica che, a causa della permeabilità dei suoi confini epistemologici, costringe lo studioso a confrontarsi con un panorama documentale estremamente eterogeneo che abbraccia tanto le fonti scritte e iconografiche tradizionali quanto le testimonianze archeologiche e, più in generale, quelle della cultura materiale, fino a chiamare in causa lo studio della materia organica attraverso l’indagine antropologica, molecolare e genomica dei resti umani. Sulla strada che Mirko Grmek ha indicato ormai da molti decenni1, l’approccio paleopatologico integrato con le fonti letterarie e con la trattatistica propriamente medica resta la via più attendibile e metodologicamente più corretta di ricostruzione di quadri nosologici. La doppia competenza dello studioso costituisce il modello su cui improntare la formazione di gruppi di lavoro che in un approccio transdisciplinare alla malattia ne possano definire i contorni all’interno del suo sistema di patocenosi da una parte e della sua concettualizzazione dall’altra. A questa virtuosa convergenza di approcci sembrano fare sempre più frequentemente appello i paleopatologi, i quali riconoscono alle discipline tradizionalmente votate all’interpretazione delle fonti scritte e iconografiche un ruolo centrale per il corretto inquadramento dei dati fisiopatologici e ritengono essenziale una certa consapevolezza delle principali problematiche esegetiche in cui ci si imbatte nella valutazione delle fonti storico-mediche2. Se ciò non bastasse, l’approccio integrato a casi studio di individui che rivelino uno stato patologico severo e/o invalidante3 consente un’ulteriore possibilità ricostruttiva legata ai livelli di interazione con il tessuto storico, sociale ed economico in cui i casi si collocano, se condotta sulla base di un’attenta valutazione della qualità della vita attesa e possibile rispetto alle cure offerte dalla comunità di appartenenza4. Questo percorso di indagine, unito a un’analisi storico-linguistica delle fonti, contribuisce ad arginare i molti fraintendimenti dovuti a una concettualizzazione della malattia spesso non sovrapponibile alla nostra perché necessariamente legata a un diverso contesto scientifico, epistemologico e socio-culturale5. A dispetto, dunque, di diagnosi retrospettive riconducibili a un approccio esclusivamente iatrocentico o biocentrico, la sinergia tra antropologia, paleopatologia, filologia e storia della lingua aiuta a scongiurare il rischio sempre in agguato di presentismo.

Igiene pubblica a Roma tra la fine della repubblica e l’età imperiale

L’incremento demografico e l’intensificazione dell’impatto urbanistico sul territorio di Roma tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale producono significativi condizionamenti sullo stile e la qualità della vita degli abitanti dell’Urbe. L’aumento dei traffici commerciali con le province, l’afflusso di manodopera servile e il massiccio esodo dalle campagne ai centri urbani6 disegnano movimenti migratori interni ed esterni7 che alterano i fattori di preservazione della salubritas e costringono medici e legislatori a confrontarsi con scenari epidemici di complessa gestione. In questo senso, le metafore anatomiche e fisiologiche utilizzate per descrivere l’articolazione e la congestione dei centri urbani8 ci aiutano a comprendere meglio come la sovrapposizione concettuale e materiale tra corpo, città e corpo civico possa offrire una chiave di lettura organica delle informazioni che la trattatistica storico-medica, la legislazione sulle res in usu publico e i rilievi paleopatologici e genomici sui resti scheletrici consentono di raccogliere su profilassi, prevenzione, diffusione e terapia delle malattie infettive nella Roma di età imperiale. Il lessico dell’architettura e dell’ingegneria civile, infatti, si lega a quello anatomico in un gioco di corrispondenze morfologiche e funzionali talmente ampio da giustificare le dinamiche che preservano l’igiene o consentono il contagio in termini di estensione dal tessuto umano al tessuto urbano. A questo proposito, nel De sanitate tuenda Galeno definisce la funzione φυλακτική e προφυλακτική dell’igiene come tutela del corpo rispetto a quei fattori di deterioramento con cui necessariamente l’uomo ha a che fare9. Nel Trasibulo10 e in Ars medica11 esplicita questi fattori individuandoli nell’aria che circonda il corpo o che entra nel corpo attraverso l’inspirazione, nel sonno e nella veglia, nel movimento, nell’assunzione di cibi e bevande12. La definizione della τέχνη preposta alla preservazione della salubritas corporea rimanda ancora, per via analogica, alle strutture difensive della città, che siano esse di natura architettonica (τείχη) o politico-militare (στρατηγοὺς καὶ ἄρχοντας)13. I problemi insorgono quando l’azione difensiva della ἰατρικὴ τέχνη si colloca nell’interazione fluida della dimensione sociale14. Nel periodo tardo-repubblicano l’Aventino e il Celio si popolano di insulae sovraffollate, separate da strade molto strette, e l’abbondanza di manodopera servile incentiva il sistema produttivo della villa con evidenti ripercussioni sulla produzione di rifiuti, sulla salubrità dell’aria e sulla gestione delle acque15. La moltiplicazione delle strutture abitative e delle attività commerciali comporta un’indisciplinata proliferazione delle cloache private con un evidente aggravio di smaltimento per quelle pubbliche. I rischi di inquinamento per le acque giustificano il ricorso del pretore allo strumento del decreto interdittale che stimola un’accurata formalizzazione in sede legislativa di indicazioni volte a preservare la sanità pubblica. Significativo, in questo senso, il divieto di immissione delle acque di scarico delle fulloniche, miste di urina, nitrum, creta fullonia e tinture, nei campi e nei luoghi pubblici16. Dunque, da un punto di vista igienico-sanitario, la legislazione romana sembra muovere nella stessa direzione formalizzata da Galeno per la medicina preventiva. I fattori che condizionano il corpo ἐξ ἀνάγκης17, per come essi sono definiti in Ars medica, rimandano a una stretta connessione tra dato urbanistico e curatela delle acque. In effetti, se si prendono in considerazione gli aspetti in cui il De sanitate tuenda articola il campo d’azione dell’igiene, vale a dire σώματα, αἴτιοι e σημεῖα18 limitatamente alla preservazione della salute o alla correzione dei fattori che possono minacciarla, ha senso la costruzione di una rete esegetica che metta insieme le proposte di legislatori e curatores aquarum da una parte e le riflessioni mediche su defecazione e minzione dall’altra. I dati paleopatologici e genomici sulla presenza e diffusione di certe malattie diventano dato storico solo nell’intelaiatura di questa complessa cornice di senso. La moltiplicazione degli studi sulle latrine nel mondo romano offre in questo senso un’ulteriore strategia di riflessione storico-medica sulla dietetica e sull’epidemiologia antiche: del resto, anche dal punto di vista planimetrico, spesso cucine e latrine risultano contigue19. Non è un caso che A.O. Koloski-Ostrow sottolinei la centralità che Celso attribuisce alla digestione e alla natura dei suoi scarti per definire i parametri delle condizioni di salute e malattia20. Individuata l’origine delle patologie, la diffusione di quelle di natura epidemica ha necessariamente a che fare con struttura, disposizione, manutenzione e utilizzo delle latrine. L’ampliamento della rete fognaria e il drenaggio degli scarichi costituiscono un tema centrale nella riflessione di giuristi e amministratori. Ulpiano non manca di conservare una disposizione formulata da Labeone in merito all’immissione in luoghi pubblici di una cloaca21:

Si quis cloacam in viam publicam immitteret exque ea re minus habilis via per cloacam fiat, teneri eum Labeo scripsit: immisisse enim eum videri.22

Se qualcuno facesse sboccare una cloaca in una via pubblica e a causa della cloaca fosse compromesso il transito, Labeone scrive che quello sia vincolato: risulta infatti che l’abbia immessa.

L’interdetto mira chiaramente a sanzionare chi minacci, con la costruzione di una cloaca privata, la praticabilità e la salubrità di un luogo pubblico. Il problema degli effluvi maleodoranti doveva essere piuttosto diffuso nelle grandi città dell’impero, se Plinio il Giovane si preoccupa di segnalare a Traiano la presenza di una fogna a cielo aperto in una delle vie più ampie e belle di Amastris, sostenendo che:

[…] non minus salubritatis quam decoris interest eam contegi.23

[…] è interesse della salute non meno che del decoro che essa venga coperta.

Un altro uso dell’interdictum de cloacis, riportato da Ulpiano per tramite di Nerva pater, ricorda la legittimità del provvedimento anche si odore solo locus pestilentiosus fiat24. Da un punto di vista giuridico il solo odore diventa condizione necessaria e sufficiente a minacciare l’igiene della comunità, il che è comprensibile se collocato in un contesto che attribuisce all’inalazione dei miasmi l’insorgere delle malattie infettive25. La testimonianza di Plinio, infatti, distingue gli effetti della cloaca in termini di salubritas e decus, e quindi la richiesta esaudita di copertura della fogna di Amastris rientra a pieno titolo nei provvedimenti a tutela della salute pubblica, non solo in quelli per il decoro urbano.

Un capitolo specifico della disciplina interdittale riguarda l’inquinamento prodotto dalle fulloniche26. Il divieto in merito al versamento nei pozzi, nelle cisterne e nelle peschiere riguarda tutto ciò che possa aquam corrumpere27. Nel caso dei fullones la disposizione risale alla lex Metilia fullonibus dicta che Plinio il Vecchio28 fa risalire ai censori G. Flaminio e L. Emilio. Dalle restrizioni dell’interdetto si evince la consuetudine a scaricare i liquami delle fulloniche nei luoghi pubblici in generale (areae, insulae, viae, itinera) e nei fondi agricoli in particolare. L’inquinamento di peschiere e fondi agricoli colpisce, dunque, due voci significative del regime alimentare romano medio. A questo proposito, Galeno non manca di evidenziare la differenza qualitativa tra il pescato dei corsi d’acqua corrente prima che attraversino la metropoli e il pescato dei corsi d’acqua evidentemente compromessi dagli scarichi pubblici e privati29. E in effetti, il quadro igienico-sanitario che le fonti storico-mediche e giuridiche consentono di tracciare, si integra perfettamente con i dati dell’indagine genomica sui resti scheletrici delle necropoli romane.

Un caso di studio dalla necropoli di Casal Bertone

Il progresso scientifico-tecnologico, iniziato circa quindici anni fa e culminato nella ormai routinaria applicazione di tecniche di sequenziamento massivo del DNA, note come Next Generation Sequencing (NGS), ha fornito uno strumento decisamente innovativo e, al tempo stesso, dirimente per la identificazione di caratteristiche genomiche utili alla diagnosi differenziale. Nello specifico, mentre molti sono gli studi condotti sulle caratteristiche genomiche umane, un significativo apporto di nuove informazioni può derivare dalla caratterizzazione genomica di microrganismi che possono esser relazionati a differenti alterazioni identificabili osteologicamente. In questa ottica, nelle serie scheletriche delle necropoli romane di età imperiale, è stato applicato tale approccio per la identificazione di possibili agenti etiologici responsabili di fenotipi patologici. Nello specifico, tale approccio è stato seguito nella necropoli di Casal Bertone30: la tomba 46 dell’area Q, un bambino tra i 2 e i 4 anni dal sesso non determinabile, infatti mostrava una lesione osteologica al femore sinistro compatibile con la infezione ad opera di microrganismi che sembrerebbe aver causato un anormale rigonfiamento della diafisi femorale. Inoltre, significativo appare l’ambiente in cui tale individuo doveva svolgere almeno parte della propria vita: l’ambiente adiacente la fullonica appare di per sé non particolarmente salubre, e prono al fiorire di infezioni batteriche, soprattutto se relazionato al fatto che individui stabilmente dediti al lavoro di conciatura/tintura usavano immergere perlomeno gli arti inferiori in soluzioni in cui urina, feci e liquidi organici esplicavano l’azione di tinture e/o ammorbidenti. In tali soluzioni, la carica batterica, non necessariamente patogena, doveva essere elevata e non sorprende come in tutta la comunità siano diffuse alterazioni aspecifiche almeno parzialmente riconducibili a infezioni microbiologiche. Tuttavia, il carattere estremamente prematuro del soggetto della T46 ci permette di escludere l’impiego diretto del soggetto all’interno dei dolea, prediligendo invece le ipotesi di un’infezione di natura “ambientale” ovvero, non ultima per importanza, il trasferimento verticale della infezione. Infatti le evidenze archeologiche e antropologiche concordano nell’ipotizzare la stanzialità di gruppi di persone che vivevano nei pressi della fullonica, per cui non sorprende che bambini piccoli, putativamente ancora in età pre-devezzamento, possano aver vissuto nei pressi dell’impianto e quindi aver ricevuto il carico patogeno dell’ambiente tramite aerosol, tramite contatto occasionale con i liquami derivanti dal trattamento eseguito nell’impianto o per trasferimento di microrganismi tramite allattamento. L’identificazione di caratteristiche genomiche proprie del microrganismo, unita alla valutazione delle caratteristiche genomiche di suscettibilità evidenziate dall’ospite, possono quindi significativamente supportare ipotesi diagnostiche solo parzialmente avanzabili grazie alla mera valutazione osteologica.

L’opportunità di estrarre il DNA da reperti osteologici caratterizzati da stimmate infettive, come T46, consente di ottenere molecole pertinenti sia il parassita che l’ospite umano. Nello specifico, il protocollo di Malmstrom, 2012, è stato utilizzato per isolare il DNA presente nel reperto antropologico, inteso come la totalità delle macromolecole presenti nel frammento osseo, e quindi anche le molecole di DNA pertinenti il potenziale parassita microbiologico responsabile del rigonfiamento.

Tali DNA sono stati sequenziati mediante tecnologie di ultima generazione che prevedono l’utilizzo di adattatori molecolari che permettano l’adesione delle molecole su supporto fisso, rappresentato da una cella di flusso, che permette il sequenziamento in parallelo di tutti i frammenti di DNA estratti. È su questo principio, infatti, che si basa il sequenziamento di nuova generazione, che consente di ottenere qualcosa come 200 milioni di sequenze per ogni estratto di DNA. Queste sequenze quindi conterranno la successione di basi specifiche per l’individuo T46, ma anche una serie -che costituirà la parte più corposa del sequenziamento- di sequenze pertinenti microrganismi ambientali, sia antichi, che possono quindi esser relazionati allo stato patologico, che moderni, caratterizzanti la grande massa di DNA “ambientale” che costituisce un potente rumore di fondo delle analisi genomiche antiche.

A questo punto si stanno eseguendo due analisi fondamentali per la identificazione dei microrganismi antichi: per prima cosa le ingenti quantità di sequenze ottenute mediante il protocollo Illumina sono sottoposte a controllo di qualità del sequenziamento e solo le sequenze di elevata qualità sono sottoposte a repositories pubblici per l’identificazione tassonomica mediante il software SourceTracker allo scopo di categorizzare i principali gruppi di microrganismi presenti nel campione. Parimenti, la valutazione delle stesse reads consente di definirne le caratteristiche tali da poter escludere sorgenti di contaminazione moderna tramite la valutazione dei pattern di misincorporazione delle estremità delle sequenze stesse. Questo processo appare di fondamentale importanza perché consente di discriminare molecole pertinenti microrganismi moderni, presenti nel suolo e facenti parte dell’environmental DNA, da molecole di microrganismi presenti in associazione al reperto scheletrico in antico, e quindi potenzialmente responsabili dello stato patologico. L’analisi è tuttora in corso, ma appare significativo riportare come alcune sequenze pertinenti Spirochete possano esser identificate come presenti nel campione in antico. Le spirochete sono particolari microrganismi dalla morfologia a spirale resistenti a condizioni avverse che abitualmente possono trovarsi nella flora batterica ambientale, nonostante una estrema eterogeneità di condizioni permissive il loro sviluppo. Se è vero che alle spirochete può essere associato il genere Treponema, caratteristico nella specie pallidum come agente etiologico della Sifilide (non ancora presente nel vecchio mondo al momento dello sviluppo della necropoli di Casal Bertone), è anche vero che varie specie di Treponema sono microrganismi ambientali, che possono divenir patogeni alla luce del mutamento delle condizioni favorenti l’omeostasi del microrganismo stesso. Appare inoltre significativo sottolineare che alcune spirochete associate al mondo animale sono trasmissibili tramite contatto con liquidi come l’urina e le deiezioni e una volta penetrate in un ospite, possono diffondersi per via ematogena e disseminarsi in vari organi dell’ospite.

Attualmente i risultati ottenuti non sono ancora conclusivi e lasciano aperti scenari multipli che devono esser vagliati alla luce delle conoscenze storico-mediche relative alla presenza di treponematosi o ulteriori patologie concordi con lo sviluppo dei fenotipi riscontrato in T46, ma senza dubbio queste prime evidenze appaiono significative e meritevoli di ulteriore approfondimento.

Conclusioni

Il caso di studio ci propone il quadro nosologico di un bambino, di età compresa tra i 2 e i 4 anni, aggredito verosimilmente dall’agente patogeno di una malattia infettiva contratta in ragione dell’esposizione a un ambiente contaminato dai liquami di una fullonica. Il primo aspetto significativo dell’approccio antropologico e genomico trascende il dato meramente paleopatologico. Il rilievo della lesione ossea e la diagnosi sul aDNA, infatti, offrono la possibilità di dare voce a un segmento esistenziale brevissimo che appartiene, secondo una definizione che si può desumere dalle fonti giuridiche31, a quell’infantia minor etimologicamente silenziosa tanto per la società quanto per le fonti storiche tradizionali. In secondo luogo, la malattia infettiva dell’individuo T46 apre uno squarcio sui possibili effetti che la vita nei pressi di una fullonica poteva produrre fin dalla più tenera età, incidendo proprio su alcuni di quegli indicatori individuati da Galeno come potenziali veicoli di deterioramento della salute. Che alle fullonicae potessero essere ricondotte malattie infettive sembra lasciarlo già intendere il CH in Epidemie 5.5932, a cui fa riferimento B. Ramazzini33 nel trattato sulle malattie professionali proprio nel capitolo dedicato ai “cava-macchie”34. La semeiotica descritta da Ippocrate risulta coerente con quella individuata dal medico carpigiano per chi ancora si serviva dell’orina per smacchiare o tingere i tessuti:

1. Τῶν κναφέων οἱ βουβῶνες ἐφυματοῦντο σκληροὶ καὶ ἀνώδυνοι, καὶ περὶ ἥβην καὶ ἐν τραχήλῳ, ὅμοια, μεγάλα· πυρετός· πρόσθεν μὲν βηχώδεις. 2 Τρίτῳ μηνὶ ἢ τετάρτῳ γαστὴρ ξυνετάκη· θέρμαι ἐπεγένοντο· γλῶσσα ξηρή· δίψα· ὑποχωρήσιες κάτω χαλεπαί. 3 Ἔθανον.

Le ghiandole dei fulloni si gonfiavano, diventando dure e indolori, nella regione pubica e, simili e grandi, intorno al collo; dapprima avevano la tosse; al terzo o al quarto mese il ventre si scioglieva; sopravvenivano febbri; lingua secca; sete; evacuazioni severe; morivano.

Ramazzini riconduce all’inalazione dei miasmi dell’urina in ambienti molto riscaldati la compromissione degli organi respiratori (tosse e asma) e in generale degli organi interni (nausea, pallore e mancanza d’appetito), come sembra potersi evincere anche dal passo ippocratico35. Tuttavia, l’individuo T46 è troppo giovane per immaginarlo attivo all’interno di una fullonica. Poteva accadere che i padroni di tabernae e fullonicae affidassero temporaneamente la gestione delle loro attività a giovinetti liberi o schiavi36, ma bisogna presupporre un’età adeguata a parlare e a comprendere e quindi superiore ai 7 anni, almeno secondo le coordinate antropologiche e culturali di riferimento. Il caso dello schiavetto di 4 anni addetto a vesti di lusso deve essere considerato un errore di lettura epigrafica37. Dunque, l’infezione contratta dal soggetto del nostro caso di studio è verosimilmente di origine ambientale e, al netto dell’azione dei microrganismi moderni associati al contesto di rinvenimento, coerente con la disciplina interdittale sulle res in usu publico; essa, pur non esprimendo una sensibilità ambientalista nel mondo romano38, offre un riscontro significativo dell’incidenza dell’inquinamento sullo stile di vita. In effetti, gli strumenti del diritto messi in campo per proteggere le acque sembrano sì rispondere a una logica di tutela degli interessi individuali del civis e, di conseguenza, di quelli collettivi39, ma finiscono per tutelare indirettamente anche la salute di una comunità esposta, fin dalle origini, ai contraccolpi demografici delle malattie infettive.

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Note

  1. Grmek 1983.
  2. Patterson 1998; Metcalfe 2007; Mitchell 2017; Cilione & Gazzaniga 2020, 115-119.
  3. Cilione & Gazzaniga 2022 (in corso di stampa).
  4. Tilley & Cameron 2014, 5-9; Tilley 2015; Tilley & Nystrom 2019, 72-81.
  5. Mulhall 2021, 498-528. L’autore propone un’acuta discussione delle fonti relative alla peste di Giustiniano, che divampa nel porto egizio di Pelusio nel 541, facendo riferimento non solo all’individuazione dell’agente patogeno (Yersinia pestis) nella polpa dentale di una vittima dell’epidemia, rinvenuta in un sepolcreto altomedievale di Aschheim in Baviera (Harbeck et al. 2013), e alle fonti propriamente storiche, ma anche alla trattatistica medica. Da questa indagine emerge una raffinata concettualizzazione della peste bubbonica tra VI° e VII° secolo articolata, in rapporto ai medici e filosofi che se ne occupano, nei tre aspetti della diagnosi (Giovanni di Alessandria), della fisiologia (Stefano di Atene) e del trattamento terapeutico (Paolo d’Egina).
  6. Gabba 1972, 73-112; Erdkamp 2016, 33-49.
  7. Lo Cascio 2016, 23-32.
  8. Van Tilburg 2015, 3-22.
  9. Grimaudo 2008, 159-160.
  10. Gal., Thrasyb., 18.55-56 Helmreich.
  11. Gal., Ars, 23.6-10 Boudon.
  12. Per un excursus sulla questione: Buzzi 2018, 27-35.
  13. Gal., Thrasyb. 17.54 Helmreich.
  14. Sigerist 1944, 65-86.
  15. Di Porto 2014, 4-9.
  16. Di Porto 2014, 100-101.
  17. Gal., Ars, 23.6 Boudon.
  18. Gal., de San. tuend. 1.15.4 Koch.
  19. Dessales 2013, 293-296.
  20. Koloski-Ostrow 2015, 99-101.
  21. Per una prima rassegna delle fonti giuridiche contro l’inquinamento di acqua, terra e aria che comprometta il bene pubblico: Nardi 1984, 758-762.
  22. D. 43.8.2.26; Melillo 1966, 191; Di Porto 2014, 75-78.
  23. Pl., Ep., 10.98 Schuster.
  24. D. 43.8.2.29; Di Porto 2014, 79-81.
  25. Jouanna 2012, 121-146.
  26. Bernardino Ramazzini nel suo Trattato delle malattie degli artefici (De morbo artificum, Modena 1713) osserva: “[…] Pertanto in Roma al tempo antico come si era città popolatissima, […] i fulloni e i tintori per la frequente necessità di lavare le toghe imbrattate, e di tinger le lane di porpora, i vasi di creta cotta, ne’ i quali tenevano l’orina, ogni qualvolta venivano a rompersi, gettandoli per le strade pubbliche, col suo mal odore molestavano i viandanti” (Ramazzini 1821, 74, nella traduzione dell’abate Chiari). Il medico carpigiano, parlando delle malattie professionali dei “cava-macchie”, descrive gli effetti dell’esposizione prolungata ai miasmi dell’urina in stanze molto calde, miasmi che, inalati e assorbiti dai pori della pelle, rendono i lavoratori “cachetici, pallidi, asmatici, con tosse e senza appetito” (Ramazzini 1821, 74).
  27. Di Porto 2014, 100.
  28. Pl., NH, 35.197-198 Mayhoff; Ulp. D. 43.24.11.
  29. Gal., alim. facult., 3.29.6-8 Koch; Jackson 1988, 52.
  30. Catalano et al. 2021, 79-95; De Angelis et al. 2022.
  31. D. 46.6.6 (Gai 27 ad ed. prov.); Lamberti 2011, 216.
  32. Hipp., Epid., 7.81 Jouanna.
  33. Hipp., éd. Grmek & Jouanna 2000, 158.
  34. Come rilevano M.D. Grmek e J. Jouanna nel commento al passo, il riferimento a una malattia diffusa specificamente tra i tintori non autorizza a farne una patologia professionale tout court. Aggiungono, tuttavia, che il gonfiore delle ghiandole lascerebbe supporre una linfoadenopatia in parte d’origine infettiva (Hipp., éd. Grmek & Jouanna 2000, 158-159).
  35. Sulla scia dell’autorevolezza degli antichi, dunque, il medico di Carpi continua a ricondurre l’eziopatogenesi delle malattie professionale dei tintori alla teoria miasmatica (Nutton 1983, 1-34), anche se insiste sulla cura dell’igiene personale e dei luoghi di lavoro, ricordando il giovamento che i fullones traevano dall’uso delle terme pubbliche (Ramazzini 1821, 77 sq.).
  36. Porena 2016, 678.
  37. CIL, VI, 6852 dove la lettura corretta dell’età di L. Anicius è LV e non IV (Cecere 1985, 271-272).
  38. Fargnoli 2013, 227-230.
  39. Melillo 1966, 191; Fargnoli 2013, 242-243.
ISBN html : 978-2-35613-445-5
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Pessac
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EAN html : 9782356134455
ISBN html : 978-2-35613-445-5
ISBN pdf : 978-2-35613-447-9
Volume : 26
ISSN : 2741-1818
Posté le 25/02/2026
9 p.
Code CLIL : 3112; 4117;
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Comment citer

Catalano, Paola, Cilione, Marco, de Angelis, Flavio, Gazzaniga, Valentina, “La patocenosi nella Roma antica: un percorso medico integrato”, in : Castex, Dominique, Laubry, Nicolas, Rossignol, Benoît, dir., Épidémies antiques en Méditerranée et au-delà, Pessac, Ausonius éditions, collection PrimaLun@ 26, 2026, 73-82, [URL] https://una-editions.fr/la-patocenosi-nella-roma-antica
Illustration de couverture • Secteur central de la catacombe romaine des Sts Pierre-et-Marcellin (cl. D. Gliksman / Inrap).
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