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Fornaci e produzioni ceramiche a Pollentia-Urbs Salvia in età repubblicana

di

Il contesto di scavo

La musealizzazione dell’edificio repubblicano, collocato all’angolo sud-ovest del foro di Pollentia-Urbs Salvia (fig. 1), è stata l’occasione, nel 2017, per completare lo scavo delle fornaci già individuate al di sotto dello stesso1 che, facendo parte di un’area artigianale alla quale era stato anche associato lo scarico US 1132 intaccato dalla riorganizzazione successiva dell’area, erano state interpretate come la prima traccia di occupazione del sito2.

 Planimetria archeologica della città di Pollentia-Urbs Salvia con localizzazione dell’area di scavo indicata con la lettera A.
 Fig. 1. Planimetria archeologica della città di Pollentia-Urbs Salvia
con localizzazione dell’area di scavo indicata con la lettera A.

Si tratta di tre fornaci (A-C; fig. 2.1) che fanno parte di un complesso artigianale forse più ampio e del quale tracce sono venute alla luce anche nello scavo del lato sud del foro3.

 Le fornaci di Pollentia-Urbs Salvia. 1. Rilievo archeologico delle fornaci A, B e C; 2. La fornace A da Nord; 3. La fornace B da Nord-Ovest; 4. La fornace C da Nord.
 Fig. 2. Le fornaci di Pollentia-Urbs Salvia.
1. Rilievo archeologico delle fornaci A, B e C;
2. La fornace A da Nord;
3. La fornace B da Nord-Ovest;
4. La fornace C da Nord.

La più antica sembra essere la Fornace C (fig. 2.4), orientata in senso est/ovest e collocata a Nord-ovest dell’area delle indagini. Sotto il suo crollo (UUSS 199 e 194) sono stati individuati i livelli di riempimento ed abbandono (UUSS 212 e 213), formati in particolare da tegole stracotte, che riempiono il taglio della fossa funzionale alla costruzione della camera di cottura (US 181).

Di quest’ultima, ampia m 1,3, è stato rinvenuto il fondo concotto (US 214) della camera di combustione che conserva sia tracce di un pilastro ellittico posto al centro, di cui resta solo un sottile livello di terra concotta, funzionale a reggere il piano di cottura, sia un muretto (US 179) che formava la base della volta della camera di cottura stessa formato da laterizi frammentati disposti in piano.

La fornace A (fig. 2.2), collocata all’estremità sud-est dell’area indagata e disposta con direzione sud/nord, era coperta da uno spesso strato di terra rossa rubefatta (US 93) da interpretare come strato di distruzione livellato in funzione della realizzazione dell’Edificio successivo, e di essa lo scavo ha permesso di mettere in luce i livelli di riempimento della camera di combustione, formati in superficie dalla US 172 (strato di terra scura con carbone, ceramica, cenere, scarti di lavorazione vetrificati) e da una serie di riempimenti (UUSS 175 e 177) formati da cenere, carbone, scarti di lavorazione, anche vetrificati, e frammenti del corpo della fornace in crollo.

La camera di cottura era ampia m 1,77 e conservava al centro le tracce di un pilastro ellittico in laterizi rivestito di terra concotta funzionale a reggere il piano di cottura.

Sull’imboccatura, al di sotto dei livelli di distruzione ed abbandono, sono stati individuati uno strato di cenere compattata (US 188) ed un sottostante strato di terra rubefatta (US 187), entrambi legati all’uso della fornace.

Di particolare interesse è stato lo scavo nella camera di cottura di una fossa (US 171) di forma perfettamente circolare, tagliata nella US 93, che sembra avere un carattere cultuale legato alla fondazione dell’Edificio, che si va ad aggiungere a quelle già note ed edite. All’interno (riempimento US 176) si conservano infatti una pisside in vernice nera intera (fig. 3.5; fig. 4.2), con dedica votiva graffita T·VE(-–-)4, e resti di ossa di piccoli animali.

Nella fornace B (fig. 2.3), parallela alla precedente, lo scavo della US 93 ha consentito di individuare il crollo della struttura della camera di cottura (US 204), strato di terra rossa caratterizzato dalla presenza di pezzi della struttura della fornace stessa e da frammenti di terra rubefatti.

La camera di cottura, ampia m 1,6, è fondata sul taglio US 206, che interessa tutti gli strati di riempimento della più antica fornace C, e conserva il cordolo di base della struttura voltata (US 205), realizzato con tegole e argilla concotta. Il fondo della camera di cottura conserva al centro un pilastrino realizzato con frammenti di laterizi e terra concotta ed era formato da terra stracotta e vetrificata, mentre la camera di combustione era riempita con depositi che possiamo considerare sostanzialmente contemporanei e coerenti con quelli della camera di cottura, che coprono a loro volta il fondo molto duro, formato da terra concotta.

La camera di combustione era riempita dalla US 190 e, al di sotto, dalla US 193, riempimenti che possiamo considerare sostanzialmente contemporanei e coerenti con l’US 204 e che coprono a loro volta l’US 108, fondo molto duro formato da terra concotta.

Si tratta di tre strutture del tutto identiche e molto semplici, basate sul sistema del ‘forno aperto’5, caratterizzate da una camera di cottura circolare scavata in parte nel terreno e in parte costruita con frammenti di laterizi legati da terra molto compatta. Al centro della camera circolare è documentato in tutte le strutture un unico pilastro ellittico di sostegno per il piano forato. Lo spessore del muro di mattoni che sosteneva la volta è di cm 50/60.

Le fornaci rinvenute non hanno restituito carichi di ceramiche conservati al loro interno; i reperti ceramici provengono da strati di riempimento e livellamento successivi alla fase d’uso e funzionali all’apprestamento di nuovi edifici e scarichi.

In una fase successiva all’abbandono delle fornaci, l’area all’imboccatura della camera di cottura della fornace C venne occupato da una forgia.

Tale piccolo apprestamento è realizzato grazie ad un taglio di forma sub quadrangolare (US 94) di cm 70×60 ca, tagliato sulla US 93 e profondo pochi centimetri, ma sopra al quale era collocata una protezione perimetrale di forma analoga, alta almeno cm 40/50. Il fondo del piccolo impianto è formato da scorie ferrose e terra rubefatta.

La ceramica a vernice nera e le sue imitazioni

Lo scavo del complesso artigianale ha restituito un piccolo nucleo di frammenti di ceramica a vernice nera formato da cinque frr. di orli, una pisside integra, quattro frr. di fondi e sei di pareti per un totale di sedici frammenti tutti ascrivibili, ad eccezione di un solo orlo di un piatto riferibile a officine etrusco-settentrionali, alla produzione locale/regionale6: sono infatti caratterizzati da argilla di colore giallo pallido-beige poco depurata e assai polverosa e da vernice dal grigio antracite al marrone generalmente opaca, sottile, poco aderente e tendente a scrostarsi, talora stesa con un pennello in maniera sommaria7. Il rinvenimento di vasellame a vernice nera risulta assai significativo in relazione alla definizione degli aspetti cronologici dell’impianto produttivo e alle successive vicende di trasformazione dell’area. I frr. più significativi provengono dallo strato US 93 di distruzione e livellamento per la costruzione dell’edificio di culto, dal riempimento della camera di combustione della fornace A US 172, dalla fossetta votiva US 176, un fr. di fondo con solcatura proviene da uno strato di terra rubefatta, US 187, d’uso della fornace A, quattro frammenti dalla pulizia dell’area alla ripresa dello scavo nel 2017.

 Ceramica a vernice nera (1-5) e sue imitazioni (6-9). 1. Coppa Morel 2154 (VS’17.ER.93.23); 2. Piatto Morel 1413 (VS’17.ER.172.143); 3. Scodella Morel 2653 (VS’17.ER.Pul.14); 4. Piatto Morel 2286 (VS’17.ER.Pul.13);
5. Pisside di produzione locale (VS’17.ER.176.1); 6. Imitazione della ciotola Morel 2982 (VS’17.ER.93A.2+VS’17.ER.172.112); 7-8. Imitazioni della ciotola Morel 2763-2831-2914-2982 (VS’17.ER.93A.35; VS’17.ER.93A.75); 9. Imitazione della ciotola Morel 2783b1 (VS’17.ER.Pul.19).
 Fig. 3. Ceramica a vernice nera (1-5) e sue imitazioni (6-9).
1. Coppa Morel 2154 (VS’17.ER.93.23);
2. Piatto Morel 1413 (VS’17.ER.172.143);
3. Scodella Morel 2653 (VS’17.ER.Pul.14);
4. Piatto Morel 2286 (VS’17.ER.Pul.13);
5. Pisside di produzione locale (VS’17.ER.176.1);
6. Imitazione della ciotola Morel 2982 (VS’17.ER.93A.2+VS’17.ER.172.112);
7-8. Imitazioni della ciotola Morel 2763-2831-2914-2982 (VS’17.ER.93A.35; VS’17.ER.93A.75);
9. Imitazione della ciotola Morel 2783b1 (VS’17.ER.Pul.19).

Tra le attestazioni più antiche, riferibili alla metà del III-prima metà del II secolo a.C. si segnala la presenza di un piccolo frammento di orlo di una coppa serie Morel 2154, sul quale rimane forse l’impronta di un motivo sovradipinto (fig. 3.1; fig. 4.1). Si tratta di una coppa appartenente alla specie Morel 2150 generalmente decorata a incisione e/o sopradipintura attestata in territorio marchigiano, in particolare ad Aesis, dove viene prodotta per un limitato periodo di tempo tra la fine del III e la prima metà del II secolo a.C.8. Alla stessa forma può essere assegnato anche un frammento di fondo umbonato. Queste due attestazioni assieme alle altre forme riferibili alla medesima epoca rinvenute nel riempimento della fossa di scarico US 1132 relativa all’impianto e scavata nel 2001, quali la brocchetta miniaturistica serie Morel 5223, la coppa serie Morel 2831 e, sempre dall’area delle fornaci, la patera serie Morel 2232 e la coppa profonda serie Morel 26219, contribuiscono a datare il funzionamento del complesso nel corso del II e forse già dalla prima metà del III secolo a.C.10.

1. Ceramica a vernice nera, coppa Morel 2154 (VS’17.ER.93.23); 2. Ceramica a vernice nera, pisside con dedica votiva (VS’17.ER.176.1); 3. Imitazione della ceramica a vernice nera, ciotola Morel 2982 (VS’17.ER.93A.2+VS’17.ER.172.112); 4. Becco di lucerna del tipo Esquilino.
 Fig. 4.
1. Ceramica a vernice nera, coppa Morel 2154 (VS’17.ER.93.23);
2. Ceramica a vernice nera, pisside con dedica votiva (VS’17.ER.176.1);
3. Imitazione della ceramica a vernice nera, ciotola Morel 2982 (VS’17.ER.93A.2+VS’17.ER.172.112);
4. Becco di lucerna del tipo Esquilino.

Alla successiva fase della seconda metà del II-metà del I secolo a.C. appartengono un orlo del piatto serie Morel 1413 (fig. 3.2), forma già nota a Pollentia-Urbs Salvia, rinvenuta sia nelle stratigrafie del complesso tempio-criptoportico11 che nella stessa area del Saggio 3 in uno strato in connessione con l’edificio di culto12, un orlo della scodella serie 2653 (fig. 3.3), forma già ampiamente documentata nel contesto urbisalviense13, e un orlo del piatto serie 2286 (fig. 3.4) prodotto da officine etrusco-settentrionali, forma pure già rinvenuta ad Urbisaglia e presente anche ad Aesis14.

Per quanto riguarda la pisside con dedica votiva T. VE(-–-) (fig. 3.5; fig. 4.2) rinvenuta nella fossetta votiva US 17615, la forma è simile alle altre tre, una integra (VS’01.F.903.9), una priva del fondo (VS’01.F.903.8) e una terza di cui si conserva parte dell’orlo e un tratto di parete (VS’01.F.903.4), rinvenute nel 2001 nell’altra fossa votiva US 902 sempre in relazione all’edificio di culto16, e non trova un esatto confronto nella tipologia del Morel: si può avvicinare alla specie Morel 7530 per il diametro del fondo identico a quello dell’orlo, come nell’esemplare rinvenuto a Jesi17, mentre per la base piana e il piede raccordato alla parete esterna con una curva si confronta meglio con la specie Morel 752018. In realtà sembra trattarsi di una variante prodotta in ambito regionale intermedia fra le due specie che trova confronti simili soprattutto con la produzione esinate19. La presenza di forme in uso tra la metà del ii e la prima metà del I secolo a.C. unita a quella delle forme già rinvenute nell’area nel 2001 riferibili al medesimo periodo, quali il piattello Morel 1413, la coppa poco profonda Morel 2614 e la ciotola con bordo rientrante Morel 276320, contribuiscono a confermare l’ipotesi della distruzione dell’impianto artigianale non oltre la fine del II secolo a.C. in vista della risistemazione dell’area come foro civile in epoca graccana21.

Significativo appare, inoltre, il rinvenimento di alcune forme prodotte in ceramica comune ad imitazione del vasellame a vernice nera, un fenomeno già noto per numerosi siti dell’Italia centro-settentrionale22. Nel nostro caso si tratta di una serie di forme aperte, inquadrabili fra il III e la prima metà del II secolo a.C., apparentemente prive di rivestimento23, che riproducono corrispondenti forme della ceramica a vernice nera. L’impasto è quello della ceramica comune locale, di colore assai chiaro, beige talora tendente al rosato, ricco di inclusi di vario tipo e di scaglie di mica argentata24. Si tratta di alcune ciotole con parete curva e orlo non distinto, verticale o leggermente rientrante, assegnabili alle serie Morel 2763-2831-2914-298225 e tipiche dell’Etruria centro-meridionale tra la seconda metà del III e la prima metà del II secolo a.C.: in particolare si segnalano l’ampia porzione di ciotola (fig. 3.6; fig. 4.3), ricostruita da undici frr., assai vicina alla serie 2982, con evidenti spaccature e incrostazioni tipiche degli scarti di fornace, e due orli il cui diverso andamento sembra dovuto alla variabilità della lavorazione artigianale (fig. 3.7-8). È stata inoltre rinvenuta anche un’ampia porzione di ciotola assai profonda e orlo proteso all’interno avvicinabile alla serie Morel 2783b1 (fig. 3.9), forma prodotta da diverse officine dell’Italia centrale tra la fine del IV e tutto il III secolo a.C.26. Forme di imitazione della ceramica a vernice nera sono state rinvenute anche nel già citato scarico US 1132 e nell’area di scavo: si tratta di altri orli riferibili sempre alla ciotola 2783 e delle ciotole Morel serie 2253, 2672 e 298127 e di una forma chiusa, una bottiglia con orlo a tulipano che trova confronti simili con imitazioni della ceramica a vernice nera soprattutto di area laziale28. Il rinvenimento di vasellame di produzione locale che riproduce il coevo vasellame fine da mensa presuppone l’intenzione di imitare modelli in vernice nera, in questo caso provenienti dall’Etruria centro-meridionale nella seconda metà del III secolo a.C., per un uso destinato al commercio locale palesando la volontà della comunità indigena di aderire ai gusti e alle ideologie portate dai Romani, secondo un fenomeno già segnalato per le Marche ad Ascoli e a Suasa e che sembra esaurirsi intorno alla metà del II secolo a.C.29.

Lucerne

È stato rinvenuto un unico fr. di lucerna. Si tratta della parte terminale di un beccuccio svasato ad “incudine” con estremità curva riferibile ad una lucerna dell’Esquilino (fig. 4.4), ma l’assenza di altre parti dell’oggetto impedisce l’esatta attribuzione ad una forma piuttosto che ad un’altra. Il reperto presenta argilla granulosa arancio carico-rosata con vernice nera opaca, spessa e coprente, che lo qualifica come probabile prodotto di importazione. Le lucerne dell’Esquilino vennero prodotte dalla metà circa del III secolo a.C. per tutto il II fin verso la metà del I secolo a.C.30. Numerose lucerne a vernice nera provengono dai diversi saggi di scavo praticati a Pollentia-Urbs Salvia ma purtroppo generalmente in stato assai frammentario31.

La ceramica comune e le anfore

Su un totale di 1756 frammenti ceramici rinvenuti negli scavi delle fornaci, più di un terzo è attribuibile alla classe delle ceramiche comuni da mensa e dispensa.

In generale, l’analisi del gruppo di materiali oggetto di questo studio preliminare conferma il quadro ricostruibile per l’intera area del foro nella fase medio-tardo-repubblicana della città. Sia in merito alle caratteristiche morfo-tipologiche che a quelle degli impasti e delle tecniche di realizzazione delle ceramiche analizzate non ci si discosta difatti dal più ampio contesto urbisalviense. Tuttavia, l’altissima presenza di scarti di lavorazione e vasi presentanti evidenti difetti di cottura fornisce un’ulteriore conferma della produzione locale di alcune tra le forme più attestate nell’area del foro di PollentiaUrbs Salvia32, sebbene non sia possibile attribuire la produzione delle singole forme ad una delle fornaci indagate33.

Per quanto concerne le forme rinvenute, si nota nuovamente la netta prevalenza di olle e brocche, in linea con quanto già rilevato in relazione allo studio dei materiali del foro, seguono le anforette, finora poco documentate ma copiosamente presenti in questo contesto. Poche sono invece le attestazioni relative a coppe o ciotole, coperchi, bacini e mortai, mentre sembrano totalmente assenti bottiglie e olpai, così come i balsamari.

Per ciò che concerne le olle, la presenza di olle con orlo a mandorla, ben più numerose nei contesti già indagati del foro, è qui testimoniata da soli tre esemplari. La forma rappresenta, nell’ambito della ceramica da cucina34, uno degli elementi più caratteristici dell’età medio-tardo repubblicana, ma è generalmente molto meno diffusa nella ceramica comune. In tal senso Pollentia-Urbs Salvia si discosta da quanto riscontrabile nella maggior parte dei contesti noti nelle Marche, trovando un parallelo solo nel contesto suasano35. Gli esemplari rinvenuti nello scavo delle fornaci appartengono al tipo maggiormente attestato presso l’area del foro, caratterizzato da un orlo svasato impostato direttamente sul corpo del vaso, ingrossato a creare la caratteristica forma a mandorla solo nella sua faccia esterna (fig. 5.1), il quale trova confronto con la forma Olcese 3a36.

Ceramica comune. 1. Olla con orlo a mandorla (VS’17.ER.197.4); 2. Olla a corpo globulare con orlo estroflesso arrotondato (VS’17.ER.93.13); 3. Olla da dispensa priva di collo con orlo aggettante (VS’17.ER.Pul.16); 4. Brocca con orlo estroflesso e ansa ovoidale impostata sull’orlo (VS’17.ER.93A.30); 5. Anforetta con orlo triangolare (VS’17.ER.93A.72+93.16); 6. Bacino con vasca a calotta e orlo a sezione triangolare, tipo Olcese 8 (VS’17.ER.93B.8).
 Fig. 5. Ceramica comune.
1. Olla con orlo a mandorla (VS’17.ER.197.4);
2. Olla a corpo globulare con orlo estroflesso arrotondato (VS’17.ER.93.13);
3. Olla da dispensa priva di collo con orlo aggettante (VS’17.ER.Pul.16);
4. Brocca con orlo estroflesso e ansa ovoidale impostata sull’orlo (VS’17.ER.93A.30);
5. Anforetta con orlo triangolare (VS’17.ER.93A.72+93.16);
6. Bacino con vasca a calotta e orlo a sezione triangolare, tipo Olcese 8 (VS’17.ER.93B.8).

La maggior parte delle olle attestate appartiene invece al gruppo delle olle con corpo globulare e orlo estroflesso arrotondato (fig. 5.2). Alcune varianti di questo tipo presentano un labbro lievemente squadrato o leggermente arrotondato. Gli esemplari hanno tutti un diametro compreso tra i 10 e i 15 cm. Generalmente questa forma, molto semplice, è caratterizzata da una discreta longevità ma sembra comunque circolare maggiormente a partire dal secondo venticinquennio del II secolo a.C.37.

Infine, si segnala la presenza di grandi olle, aventi diametro dell’orlo uguale o superiore a cm 20, con orlo impostato direttamente sul corpo, generalmente ripiegato o ribattuto e variamente sagomato, talvolta a formare una sorta di breve tesa. I pochi esemplari rinvenuti nel contesto indagato possono essere, ancora una volta, messi in relazione ad un più ampio gruppo di grandi olle da conserva individuato nell’ambito dello studio dei materiali del foro38. All’interno di questo gruppo si segnala qui un esemplare caratterizzato da un orlo piatto superiormente e fortemente sporgente all’esterno, avente labbro piuttosto squadrato (fig. 5.3), il quale, così come accade per alcuni individui simili del più ampio gruppo di grandi olle prive di collo rinvenute negli scavi precedenti, può essere messo in relazione, in quanto a forma dell’orlo, con alcuni dolia la cui circolazione inizia in età repubblicana, sebbene alcune attestazioni giungano fino alla media età imperiale39.

Per ciò che concerne le brocche, la quasi totalità delle attestazioni del contesto indagato è relativa al tipo con orlo estroflesso leggermente ingrossato, avente labbro arrotondato o lievemente squadrato, ansa ovoidale impostata direttamente sull’orlo (fig. 5.4). Tale tipologia risulta essere quella maggiormente documentata tra i materiali del foro, presente in associazione stratigrafica con le attestazioni più antiche e di certa produzione locale, data la presenza di un cospicuo numero di scarti di lavorazione e vasi deformati (fig. 6.1) relativi a questa forma.

Ceramica comune. 1. Brocca deformata del tipo ad orlo estroflesso ed ansa ovoidale impostata sull’orlo (VS’17.ER.93A.31); 2. Anforetta con orlo triangolare e due anse a sezione ovoidale (VS’17.ER.93A.4+93A.74+172.99+172.100+172.119+177.17).
 Fig. 6. Ceramica comune.
1. Brocca deformata del tipo ad orlo estroflesso ed ansa ovoidale impostata sull’orlo (VS’17.ER.93A.31);
2. Anforetta con orlo triangolare e due anse a sezione ovoidale (VS’17.ER.93A.4+93A.74+172.99+172.100+172.119+177.17).

Rispetto al contesto più generale delle attestazioni ceramiche di età repubblicana ad Urbisaglia, il contesto indagato restituisce un ben più cospicuo numero di esemplari di anforette40, presumibilmente da dispensa, caratterizzate da un orlo triangolare e due piccole anse a sezione ovale (fig. 5.5). Come già notato, questo gruppo di recipienti trova un parallelo morfologico nelle anfore greco-italiche, presumibilmente, data la forma sottile e leggermente pendente dell’orlo, nella tipologia delle Vandermersch MGS VI, presenti in associazione nei medesimi contesti41. Sebbene sia stato possibile ricostruire una buona porzione di alcuni degli esemplari rinvenuti (fig. 6.2), allo stato attuale delle ricerche non è ancora chiaro se tali recipienti fossero caratterizzati da un fondo piano o da un piccolo puntale.

Tra le poche forme aperte rinvenute si ricorda, in particolar modo, il piccolo gruppo di ciotole imitanti vasellame a vernice nera, per le quali si rinvia alle osservazioni di M. Giuliodori in questo stesso contributo.

Esigue sono anche le attestazioni di bacini e mortai, cinque in tutto, tra i quali si segnala in questa sede la presenza di un bacino certamente riconducibile al tipo Olcese 842, databile in età medio e tardo repubblicana, caratterizzato da vasca a calotta e orlo a profilo triangolare43 (fig. 5.6).

Per concludere, come premesso, le attestazioni di ceramica comune provenienti dal contesto delle fornaci di Urbisaglia restituiscono un quadro coerente con il resto dei materiali indagati per i contesti medio-tardo repubblicani dell’area. Si nota, in particolare, una frequente mutuazione e rielaborazione di forme tipiche di altre classi ceramiche: un legame molto forte viene stabilito soprattutto con le ceramiche da fuoco nell’elaborazione delle morfologie delle olle e con le vernici nere per ciò che concerne le produzioni di forme aperte, ma non mancano legami con tipologie ben attestate di dolia e anfore. Come già notato, si tratta, in generale, di esemplari di buona fattura, generalmente ben torniti, caratterizzati da impasti piuttosto depurati per lo più riconducibili ad una medesima matrice argillosa. Se si eccettuano alcuni esemplari, di fattura generalmente più fine, in cui è possibile apprezzare una maggiore presenza di scaglie di mica argentate44, la maggior parte degli esemplari è caratterizzata da un impasto piuttosto polveroso al tatto, dalla frattura piuttosto netta, poco o raramente vacuolata. La colorazione, negli esemplari che non presentano difetti evidenti di cottura, è piuttosto variabile, abbracciando tonalità marrone molto chiaro fino a raggiungere nuances più rosate (da Munsell 10R8/3, 8/4, 7/3, 7/4 a 7.5YR8/3, 8/4, 7/4 7/6). Generalmente si tratta di un impasto piuttosto depurato nei quali si distinguono due varianti principali essenzialmente sulla base della presenza e distribuzione degli inclusi, soprattutto calcitici.

Infine, è opportuno menzionare in questa sede la presenza di una settantina di frammenti ceramici riconducibili ad anfore. Lo studio di questa classe nel contesto indagato non è ancora stato intrapreso ma si segnala, in via preliminare, la presenza di soli quattro orli, tutti riconducibili ad anfore di tipo greco-italico e confrontabili con l’esemplare meglio conservato proveniente dai contesti medio-tardo repubblicani di Pollentia-Urbs Salvia, databile tra il III e il II secolo a.C.45.

Ceramica comune da fuoco

I rinvenimenti riferibili alla classe della ceramica comune da fuoco, numericamente rilevanti, risultano significativi in quanto, sebbene non siano riconducibili all’attività di una specifica fornace46, forniscono complessivamente un quadro eloquente delle produzioni in impasto grezzo dell’impianto artigianale e alcuni spunti di riflessione sulle sue capacità tecniche.

Il quadro morfo-tipologico si caratterizza per un alto grado di standardizzazione: è stato infatti prodotto un numero limitato di forme ciascuna delle quali si manifesta in un’unica, al massimo due, varianti tipologiche.

La forma che detiene il maggior numero di attestazioni, una sorta di “fossile-guida” per le stratigrafie di II secolo a.C. di Pollentia-Urbs Salvia47, risulta l’olla ad orlo estroflesso a mandorla schiacciata48, con pancia ovoide non troppo espansa e fondo piano (fig. 7.1). Essa si presenta con minime variazioni che riguardano la maggiore o minore estroflessione dell’orlo, il maggiore o minore spessore della mandorla, peraltro non significative che appartengono ad una manifattura artigianale e che non danno luogo a vere e proprie varianti tipologiche. Tali olle risultano di dimensioni piccole, con diametri che si collocano fra i 10 ed i 12 cm, e medie, con diametri fra i 14 ed i 22 cm.

Ceramica comune da fuoco. 1. Olle ad orlo estroflesso a mandorla schiacciata (VS’17.ER.172.7; VS’17.ER.203.3+6; VS’17.ER.172.34); 2. Olla ad orlo estroflesso ingrossato a sezione triangolare (VS’17.ER.172.36); 3. Coperchio ad orlo indistinto (VS’17.ER.172.2+64); 4. Coperchio ad orlo distinto e rialzato con labbro arrotondato (VS’17.ER.177.4); 5. Olletta ad orlo estroflesso indistinto e labbro arrotondato (VS’17.ER.172.38); 6. Tegame a breve tesa con il labbro che si assottiglia verso la punta (VS’17.ER.93A.57).
 Fig. 7. Ceramica comune da fuoco.
1. Olle ad orlo estroflesso a mandorla schiacciata (VS’17.ER.172.7; VS’17.ER.203.3+6; VS’17.ER.172.34);
2. Olla ad orlo estroflesso ingrossato a sezione triangolare (VS’17.ER.172.36);
3. Coperchio ad orlo indistinto (VS’17.ER.172.2+64);
4. Coperchio ad orlo distinto e rialzato con labbro arrotondato (VS’17.ER.177.4);
5. Olletta ad orlo estroflesso indistinto e labbro arrotondato (VS’17.ER.172.38);
6. Tegame a breve tesa con il labbro che si assottiglia verso la punta (VS’17.ER.93A.57).

Un solo esemplare presenta un orlo estroflesso ingrossato a sezione triangolare con porzioni di pareti conservate che suggeriscono un profilo del corpo più spiccatamente globulare; una scanalatura, poco rifinita, segna il passaggio dal collo alla parete (fig. 7.2). Tale olla, genericamente riconducibile al tipo Olcese 249 e diffusa soprattutto in area centro-italica, trova anche in ambito regionale alcuni confronti: a Pesaro50, a Suasa51 dove viene inquadrata tra il III ed il I secolo a.C. e nell’ager Firmanus52 dove è ugualmente documentata fra la fine del III secolo a.C. e l’età augustea.

I coperchi, collegati da un punto di vista morfologico e funzionale alle olle e ad esse corrispondenti come dimensioni del diametro, risultano tuttavia documentati da un numero inferiore di frammenti. Come nel caso delle olle, si manifestano solamente in un paio di tipi: essi possono essere ricondotti infatti al tipo Olcese 153 ad orlo indistinto e corpo a calotta troncoconica (fig. 7.3) e al tipo Olcese 254, coperchio con orlo distinto e rialzato con labbro arrotondato e corpo troncoconico (fig. 7.4), entrambi i tipi documentati in area romana per un arco cronologico che va dal III al I secolo a.C.

Va inoltre annoverata all’interno della ceramica da fuoco per il tipo di impasto ricco di inclusi anche un’olletta di piccole dimensioni, sia per il diametro calcolato all’orlo che per lo spessore delle pareti; si presenta con un orlo estroflesso indistinto e labbro arrotondato55 (fig. 5) ed è attestata da alcuni frammenti di orlo, vari frammenti di pareti ed un fondo piano. Essa costituisce una manifestazione tangibile dell’abilità artigianale dell’impianto capace comunque di modellare, per ottenere anche forme più “fini”, un impasto ricco di inclusi e quindi poco plastico e di difficile lavorazione.

Tra i materiali rinvenuti si riscontra anche la presenza di alcuni frammenti appartenenti alla forma aperta del tegame, nell’unico tipo ad orlo a breve tesa con il labbro che si assottiglia verso la punta e corpo troncoconico (fig. 7.6). Esso risulta confrontabile con il tegame tipo Olcese 756 datato tra il II secolo a. C. ed il terzo quarto del I secolo d.C. e trova confronto con un esemplare di Suasa57.

Chiude il quadro delle forme rinvenute un frammento indubitabilmente riconducibile ad un clibano58: si tratta di una piccola porzione della calotta da cui si diparte un listello non molto sviluppato e che conserva solamente la metà del caratteristico foro per la regolazione del calore (fig. 8.1).

Ceramica comune da fuoco. 1. Clibano; piccola porzione di calotta con foro e listello (VS’17.ER.172.204.10); 2. Fr. deformato di orlo a mandorla schiacciata (VS’17.ER.172.1); 3. Fondo deformato di olla (VS’17.ER.172.68); 4. Fr completamente deformato (VS’17.ER.172.67).
 Fig. 8. Ceramica comune da fuoco.
1. Clibano; piccola porzione di calotta con foro e listello (VS’17.ER.172.204.10);
2. Fr. deformato di orlo a mandorla schiacciata (VS’17.ER.172.1);
3. Fondo deformato di olla (VS’17.ER.172.68);
4. Fr completamente deformato (VS’17.ER.172.67).

Un’analisi complessiva dei frammenti di ceramica da fuoco rinvenuti permette di evidenziare come una buona parte di essi abbiano subito incidenti di cottura o siano qualificabili come veri e propri scarti di lavorazione dovuti ad un eccesso di temperatura. Alcuni di essi presentano solamente difetti superficiali, come avvampature o chiazze scure che possono aver colpito una parte del frammento o annerimenti che interessano tutta la porzione del frammento conservata; altri invece, in numero più limitato, hanno subito fessurazioni o alterazioni più profonde e consistenti che coinvolgono la tettonica del vaso modificandone la conformazione (fig. 8.2-3), a volte fino a compromettere il riconoscimento della forma originaria di appartenenza (fig. 8.4). In particolar modo per questo secondo tipo di reperti si deve escludere una qualsiasi possibilità di uso pratico e pertanto una loro immissione nel mercato; questo ne spiega il ritrovamento come materiale di rifiuto in stato frammentario negli strati di riempimento e di livellamento nell’area delle fornaci.

Pare significativo sottolineare come il panorama fin qui delineato delle forme e dei loro possibili difetti di cottura trova un riscontro puntuale nei materiali rinvenuti nello scarico US 1132 e nei contesti del lato sud-ovest del foro urbisalviense già esaminati59. L’esatta corrispondenza delle forme e dei tipi conforta il quadro già preliminarmente tracciato per la ceramica da fuoco e permette di consolidare le conoscenze circa le più antiche produzioni urbisalviensi per questa classe.

Dall’evidenza di queste forme inoltre è possibile dedurre alcune considerazioni circa l’alimentazione semplice e frugale dell’epoca60. Tali pentole, infatti, andavano a comporre un set da cucina essenziale, ma evidentemente adeguato e funzionale alle abitudini alimentari dell’antica Pollentia. A tal riguardo la maggiore incidenza della forma olla suggerisce per queste fasi repubblicane una predilezione per una dieta a base di puls, una minestra di cereali cotta tramite bollitura per la quale essenziale era la presenza di un coperchio che, sigillando l’olla, impediva la rapida evaporazione del liquido all’interno. Le dimensioni medio-piccole delle olle rinvenute fanno pensare a pentole per cotture singole, monoporzione. Si può inoltre supporre che la dieta locale fosse anche arricchita dal consumo di pani e focacce per i quali entrava in gioco il tegame usato da solo sulle braci o in associazione ad un clibano per la cottura sub testu. Più difficile stabilire la funzione delle ollette di piccole dimensioni sopra descritte come ad orlo estroflesso, indistinto e labbro arrotondato per le quali, rimanendo nel mero campo delle ipotesi, si può solo immaginare una funzione potoria analoga a quella dei boccalini in pareti sottili, vista anche la somiglianza formale, o, in alternativa, il loro utilizzo come piccolo bollitore avendo comunque esse un impasto con capacità refrattarie.

Conclusioni

Lo scavo conferma l’uso dell’area per la realizzazione di attività artigianali. L’analisi stratigrafica, pur in assenza di significativi elementi che consentano di individuare una cronologia assoluta, sembra documentare almeno tre fasi principali di utilizzo dell’area. Alla prima appartiene la fornace C; in una fase successiva la costruzione della fornace B, allineata e contemporanea alla A, taglia i riempimenti della fornace C, ormai in disuso, e ne ostruisce l’area dell’imboccatura.

Nella terza fase, successiva alla distruzione dell’area e forse in relazione alla costruzione dell’edificio repubblicano, una piccola forgia si impianta nell’area precedentemente occupata dalla camera di combustione della fornace C.

La produzione, anche in considerazione della maggiore antichità della fornace C rispetto alla A ed alla B, alla cui distruzione è da associare la produzione qui presentata, potrebbe avviarsi forse già dalla fine del III secolo a.C. e perdurare fino alla fine del II secolo a.C., quando, in connessione con la fondazione della colonia graccana, l’area venne occupata dall’Edificio repubblicano e forse le attività artigianali vennero spostate presso la porta nord61.

Il complesso era dedicato alla produzione di ceramica d’uso domestico con confronti morfologici che rimandano ad area tirrenica e nella fase finale, successiva alla distruzione degli impianti per la produzione della ceramica e forse in connessione con l’organizzazione del cantiere dell’Edificio repubblicano, alla lavorazione dei metalli.

Le sue fasi di vita sembrano collocabili cronologicamente nel corso della prima metà del II secolo a.C. e, insieme alle altre tracce archeologiche individuate in prossimità dell’area forense della città, sono associabili alla organizzazione di un conciliabulum precedente la fondazione coloniale, forse uno di quei vici al centro dalla struttura portante dell’Italia romana basata sul sistema pagano-vicanico per il quale la Salaria Gallica ha certamente svolto da elemento aggregatore.

Certamente è a questo primo insediamento ed al luogo di culto connesso a tale prima comunità dedicato alla Bona Dea, le cui valenze terapeutiche e salutifere derivano direttamente dalla Agathé Théos e dunque dalla Igea greca, che si può associare nella prima età imperiale la trasformazione del poleonimo da Pollentia ad Urbs Salvia, ad attestare un legame diretto tra Salvia, Salus e Bona Dea62.

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Notes

  1. Lo scavo dell’area, condotto tra il 2000 ed il 2004, è ripreso nel corso del 2017. Per una sintesi dei risultati delle indagini condotte tra 2000 e 2004 e sulla storia repubblicana della città si vedano Perna 2014 e Id. 2018, 407-409. Una prima sintesi dei contesti materiali delle fornaci è in Perna et al. 2016, 267-280.
  2. Perna 2014; Id. 2020; Id. c.s.
  3. Tracce di almeno un’altra piccola fornace sono state individuate nell’area immediatamente più a E, indagata all’inizio degli anni 2000: a tal proposito si veda Perna 2006, 71, nota 30.
  4. Antolini 2018; Giuliodori, infra.
  5. Tipo Ib: Cuomo di Caprio 1972, 372-373; inserita nel tipo Ia in Cuomo di Caprio 2007, 524.
  6. Per un quadro preliminare della ceramica a vernice nera di Pollentia-Urbs Salvia si rinvia a Giuliodori et al. 2007, 397-401; Giuliodori 2013; Giuliodori & Tubaldi 2014. Una produzione di vernice nera a Pollentia-Urbs Salvia resta per ora ancora da dimostrare in assenza di indicatori di produzione e di scarti, anche se non da escludere: Giuliodori et al. 2007, 397, nota 30; Perna et al. 2016, 268, nota 6.
  7. Giuliodori 2013, 109, Gruppo I. La produzione locale rinvenuta a Pollentia-Urbs Salvia, tra il vasellame prodotto nei diversi complessi artigianali rinvenuti nelle Marche, mostra notevoli affinità soprattutto con quella dell’impianto di Aesis, come già più volte sottolineato, ma va ricordato che le argille dell’Adriatico centrale appartengono alla medesima formazione geolitologica e mostrano pertanto tra loro una certa somiglianza: da ultimo Perna et al. 2016, 268, nota 6 con ampia bibliografia.
  8. Brecciaroli Taborelli 2017. Il nostro fr. di orlo appartiene al tipo 1: ibid., 22-23, fig. 5.
  9. Perna et al. 2016, 269.
  10. Perna, infra.
  11. Giuliodori 2013, 106, fig. 1.6.
  12. Giuliodori & Tubaldi 2014, 385; Perna et al. 2016, 269.
  13. Giuliodori 2013, 107; Giuliodori & Tubaldi 2014, 385.
  14. Giuliodori 2013, 107, nota 24; Giuliodori & Tubaldi 2014, 385, fig. 6.7.
  15. Per l’analisi del graffito, che reca una formula onomastica bimembre di un esponente forse della gens Vettia, e i cui caratteri paleografici ben si accordano con il dato morfologico, si veda Antolini 2018; Perna, supra.
  16. Per gli altri materiali rinvenuti in associazione alle pissidi si rinvia a Fabrini 2003, 134-135; Perna 2013, 243; Id. 2018, 411-412.
  17. Brecciaroli Taborelli 1996-1997, 179, n. 422, fig. 96.
  18. Frammenti di pissidi appartenenti ad altre serie, quali la Morel 7531 e Morel 7544, provengono dai saggi di scavo praticati sulla fronte occidentale del Tempio e dal Saggio 8-Ampliamento effettuato ad Est del cosiddetto Tempietto: Giuliodori 2013, 108; Giuliodori & Tubaldi 2014, 385, fig. 6.4.
  19. Brecciaroli Taborelli 1996-1997, 177-179.
  20. Perna et al. 2016, 269.
  21. Perna et al. 2016, 278.
  22. Mambelli 2010, 288 con ulteriore bibliografia.
  23. Flebili tracce fanno ipotizzare la possibile presenza di un ingobbio brunastro del tutto scrostato: sono previste analisi specifiche per appurare l’effettiva presenza di ingobbio.
  24. Xavier de Silva, infra; Giuliodori & Tubaldi 2014, 387; Perna et al. 2016, 269.
  25. Questo gruppo di ciotole non sono sempre ben distinguibili fra loro già nella produzione a vernice nera: Brecciaroli Taborelli 1996-1997, 78, 91, 156, specie 2760; Brecciaroli Taborelli 2017, 17-19, fig. 4b.
  26. Morel 1981, 223. Imitazioni della coppa 2783 sono presenti ad Ascoli: Mazzeo Saracino & Morsiani 2014, 526, fig. 3.13.
  27. Giuliodori & Tubaldi 2014, 388, fig. 8.9-11; Perna et al. 2016, 272.
  28. Perna et al. 2016, 274.
  29. Mambelli 2010, 288; Mazzeo Saracino & Morsiani 2014, 526-527.
  30. Accanto a prodotti importati ad Aesis ne è stata individuata anche una produzione locale: Brecciaroli Taborelli 1996-1997, 222-226 con bibliografia.
  31. Giuliodori 2013, 116; Giuliodori & Tubaldi 2014, 386.
  32. Per una panoramica sulle attestazioni delle ceramiche comuni del foro di Urbs Salvia si veda: Perna et al. 2016, 269-274. Una trattazione più dettagliata relativa allo stesso gruppo di materiali è stata presentata da chi scrive in occasione del convegno tenutosi a Macerata nel 2017 “Roma e il mondo adriatico”, i cui Atti sono in corso di stampa.
  33. Tubaldi, infra, nota 46.
  34. Tubaldi, infra.
  35. Si rinvia al contributo di F. Biondani sulle ceramiche comuni di Suasa e, in particolare, al paragrafo sulle olle con orlo a mandorla per una breve panoramica sulle attestazioni in area marchigiana: Biondani 2014, 414. Sulla questione si veda anche Giuliodori & Tubaldi 2014, 387.
  36. Olcese 2003, 80-81, tav. VIII.1-5.
  37. In merito ai confronti fatti per la classificazione di queste olle e per ulteriori rimandi bibliografici, si veda Perna et al. 2016, 271, note 22-23.
  38. Alcune note preliminari, relative soprattutto alle olle con orlo ribattuto, si trovano in Giuliodori & Tubaldi 2014, 387-388.
  39. Il tipo urbisalviense differisce leggermente, nella pendenza dell’orlo, rispetto ai dolia individuati a Suasa e definiti dolia “con orlo a tesa unito alla parete a spigolo vivo”, a loro volta messi in relazione con materiali di area etruschizzante. Si veda, a tal proposito e per i relativi riferimenti bibliografici: Biondani 2014, 455, fig. 45.7.
  40. Tra i materiali del foro erano stati precedentemente rinvenuti due soli frammenti riconducibili con certezza a questa tipologia mentre, nel contesto relativo allo scavo delle fornaci, sono otto gli esemplari definibili come anforette da dispensa.
  41. Perna et al. 2016, 271, fig. 7.6. Per una classificazione delle anfore: Lyding Will 1982; Vandermersch 1994.
  42. Nello specifico, l’esemplare urbisalviense trova riscontro esatto nel mortaio di un contesto tardo-repubblicano da Gabii: Olcese 2003, 103-104, tav. XXXVIII.2 e relativa bibliografia.
  43. Altri due esemplari erano stati segnalati tra i materiali del foro: Perna et al. 2016, 274, fig. 7.10.
  44. Si rinvia anche a Giuliodori, supra, in relazione agli impasti delle ciotole che imitano la ceramica a vernice nera.
  45. Si veda a tal proposito: Perna et al. 2016, 277-278, fig. 11.1.
  46. Il fatto che i reperti ceramici provengono da strati di scarico, riempimento e livellamento successivi al fuori uso delle fornaci spiega anche l’alto livello di frammentarietà dei reperti e la possibilità più volte riscontrata di trovare frammenti pertinenti ad un unico individuo nei diversi strati di scavo.
  47. Il tipo risulta presente in altri contesti del sito urbisalviense: si veda Giuliodori & Tubaldi 2014; Fabrini et al. 2016; Perna et al. 2016, 276-277.
  48. Per un quadro dei confronti si veda Perna et al. 2016, 276.
  49. Olcese 2003, tav. VII, nn. 2-7, 79-80.
  50. Bartolini 2008, fig.12, 96, 107.
  51. Assenti 2014, fig. 9.6-11, 490.
  52. Picchi & Menchelli 2011, 268, nr. 2b.
  53. Olcese 2003, tav. XIX, nn. 1-4, 89.
  54. Olcese 2003, tav. XIX, nn. 5-6, 89-90.
  55. Per una più ampia trattazione del tipo con relativi confronti si veda Giuliodori & Tubaldi 2014, 390.
  56. Olcese 2003, tav. XVI, nn. 1-3, 87, con ampi confronti per l’area romana.
  57. Assenti 2014, fig. 34.1, 514.
  58. Per ragioni di completezza si ritiene opportuno segnalare la presenza di un orlo a mandorla e vari frammenti di listelli di clibano fra i materiali rinvenuti durante operazioni di pulizia dell’area delle fornaci alla ripresa degli scavi nel 2017. L’esemplare risulta del tutto simile a quello in Giuliodori & Tubaldi 2014, fig. 9.11, 390.
  59. Perna et al. 2016, 276-277.
  60. Per una trattazione dei principali componenti della batteria romana da cucina sulla base delle fonti letterarie romane si veda Tubaldi 2009-2010, 17-29.
  61. Perna 2006, 53-56; Id. 2020.
  62. Perna 2014; Id. 2018; Id. c.s.
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Posté le 30/07/2021
18 p.
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Comment citer

Perna, Roberto, Postrioti, Giorgio, Giuliodori, Marzia, Tadolti, Matteo, Tubaldi, Valeria, Xavier de Silva, Ludovica (2021) : “Fornaci e produzioni ceramiche a Pollentia-Urbs Salvia in età repubblicana”, in : Rigato, Daniela, Mongardi, Manuela, Vitelli Casella, Mattia, a cura di Adriatlas 4. Produzioni artigianali in area adriatica: manufatti, ateliers e attori (III sec. a.C. – V sec. d.C.), Pessac, Ausonius éditions, collection PrimaLun@ 8, 2021, 383-400, [En ligne] https://una-editions.fr/fornaci-produzioni-ceramiche-a-pollentia-urbs-salvia-eta-repubblicana/ [consulté le 23 juillet 2021].
doi.org/10.46608/primaluna8.9782356134073.23
Illustration de couverture • Particolare della stele del faber P. Longidienus, Museo Nazionale di Ravenna. DOI
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