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I porti, territori multipli della Grecia arcaica e classica:
alcune note

di

I porti antichi, con la loro complessità e varietà, occupano senza dubbio un posto di rilievo nel quadro dei “territori multipli”, in quanto spazi intermediari tra diversi contesti e situazioni: in primo luogo tra la realtà antropica e quella naturale, in secondo luogo in quanto espressioni, dirette o conflittuali, di un’entità poliadica e politica. Questa pluralità di funzioni è tanto più evidente nel caso della geografia antica, che descrive spesso luoghi e territori a partire da una prospettiva marittima che dai portolani confluisce nei trattati geografici1. In tale contesto, il porto appare come la facciata visibile dello spazio civico verso l’esterno. Nell’ottica di viaggiatori e mercanti, di pellegrini e guerrieri, il porto rappresenta la prima percezione di una realtà urbana straniera che permane, talvolta, la sola immagine di luoghi in cui, secondo le dinamiche della circolazione marittima e delle relazioni politiche e culturali, si sceglierà o meno di approdare. In senso lato, la facciata marittima è uno spazio di incontro e di mediazione tra diverse realtà territoriali e simboliche, che cercheremo di analizzare in queste pagine. I porti greci di età arcaica e classica sono stati recentemente oggetto di uno studio approfondito basato su un approccio attento agli aspetti geomorfologici, ai dati testuali e archeologici e alle caratteristiche tecniche delle strutture portuali2. In risposta alla tematica del convegno veneziano, basato sul duplice asse delle definizioni lessicali e della ripartizione o persino moltiplicazione spaziale, il presente contributo, senza ambire a un’impossibile esaustività, analizza i porti antichi essenzialmente come luoghi di verifica della nozione di molteplicità territoriale. In questa prospettiva, i lessici antichi come l’analisi tipologica e classificatoria di un’opera certo datata, ma sempre fondamentale quale quella di Karl Lehmann Hartleben (1923) costituiscono i punti di partenza dell’inchiesta. Non tralasceremo tuttavia l’apporto occasionale delle fonti di età romana imperiale che, oltre ad essere più numerose, si avvantaggiano dell’esperienza greca, come nel caso di Vitruvio, o fanno riferimento a spazi portuali a lungo immutati, come il porto di Marsiglia descritto da Strabone, che ha conservato la stessa ubicazione praticamente sino ad oggi3.

Parentele semantiche e morfologia costiera

La definizione lessicale è essenziale per comprendere il concetto di pluralità funzionale e simbolica degli spazi portuali e la dialettica che essi instaurano tra una morfologia costiera e l’adattamento di un luogo naturale o la costruzione ex novo di strutture artificiali4. L’esame del lessico greco antico rivela di primo acchito che l’intersezione tra paesaggio naturale e antropizzato è implicita nella radice stessa del termine più largamente utilizzato per indicare l’insieme delle realtà portuali. La parola limen (λιμήν, λιμένος), che indica già nel lessico omerico un porto o una rada5, rappresenta difatti una variante a grado vocalico zero e con suffisso vocalico in η/ε rispetto alla parola da cui deriva λειμών, λειμώνος. Quest’ultima designa nella sua prima accezione, sin dal lessico omerico, una “prateria” e un “luogo umido”, esposto alle acque. Sin dalle più antiche attestazioni, la parola fa così allusione ad una configurazione spaziale particolare, a cui si sovrappone la realtà antropizzata che ne fa un “approdo”, un termine che assume precocemente un senso metaforico, già nel lessico di Teognide6 e nel linguaggio dei tragici7. La parola si apparenta altresì a un terzo tema con grado vocalico zero che è limnē, palude o laguna, con alcuni derivati e nomi composti come “limnothalatta”, che designano in maniera significativa una geomorfologia particolare, costituita da una laguna aperta verso il mare8. Intorno alla stessa radice è formata la parola stomalimne, che indica una laguna aperta, situata alla foce di un fiume9.

Queste precisazioni lessicali illustrano in modo eloquente la natura per così dire composita dello spazio portuale, che è certo profondamente legato e integrato ad una comunità urbana, costruito o adattato grazie ad un sapere tecnico specifico, ma che non ha mai completamente perso il legame semantico con l’ambiente naturale in cui si iscrive e con la morfologia dei luoghi: pianure costiere, lagune, fiumi, promontori o altro10. Rispetto alla ricchezza semantica di limen, la parola hormos sembra conservare il significato più ristretto di “ancoraggio, ormeggio” legato quindi all’operazione tecnica della navigazione piuttosto che alla struttura del luogo. D’altra parte, il primo significato del termine sarebbe “corda, catena”, per metonimia, l’hormos sarebbe il luogo in cui si getta la corda dell’ancora11. La distinzione tra limen e hormos appare chiara già in un passaggio omerico, in cui entrambi i termini sono presenti: l’equipaggio condotto da Ulisse arriva a Crise e oltrepassa l’entrata del “porto profondo”, λιμένος πολυβενθέος; dopo aver ripiegato le vele, l’equipaggio passa ai remi per raggiungere il punto di attraccaggio (εἰς ὃρμον). Anche in un passo del libro VII di Erodoto, che menziona la sosta della flotta di Serse ad Afete, nel golfo di Magnesia nel 480, l’hormos sembra fare riferimento a un punto della costa dove vi è possibilità di rifornirsi di acqua, piuttosto che ad una struttura portuale attrezzata12. L’opposizione limen/hormos è ancora più chiara in un passaggio delle Supplici di Eschilo, che afferma che l’attracco (hormos) è un’operazione lunga e complessa, soprattutto quando la nave giunge in un paese privo di porti (alimenos), nel momento in cui la luce del sole viene a mancare13. È questa probabilmente la ragione della ricorrenza della parola nei peripli che privilegiano gli aspetti concreti della navigazione14, ed è forse anche questa la ragione per cui l’ellimenion, l’imposta fiscale legata ai porti, che suppone quindi una certa complessità amministrativa, è derivato di limen. Questa sorta di gerarchia classificatoria tra porto in generale (limen) e porto “with limited facilities and constructionale development” è stata proposta a partire dai testi di I sec. (Strabone, Stadiasmo) per i porti ciprioti di età romana, senza nascondere tuttavia la difficoltà di cogliere tali differenze sul terreno15.

Vue panoramique de la côte de Corfou, avec une baie et des montagnes se détachant sous un ciel nuageux.
Fig. 1. Papety, Dominique, “Corfù, porto dei Feaci a Scheria” [“Corfou, port des Phéaciens à Schérie”], circa 1846/1847. RF 1773.32, Recto. https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl020503753.

Spazio portuale e identità poliadica

Nonostante lo stretto legame lessicale con un tipo di paesaggio costiero, il porto è innanzitutto parte integrante della città antica, fatto che costituirebbe, secondo Max Weber, un elemento di continuità tra le città del Mediterraneo antico e quelle dell’Europa moderna16. Elemento di primordiale importanza per la realtà urbana antica, che fu essenzialmente costiera, il porto denota in qualche sorta il marchio stesso dell’identità poliade. Nel Periplo dello Pseudo-Scilace, ad esempio, l’associazione esplicita polis-limen17 ricorre a proposito di Massalìa18, Messene19, Siracusa20, Mylai21, Taranto22, Eraclea in Illiria23, Corcira24, Ambracia25, Anactorio, Leucade, Itaca26, Astaco27, Sifa28, Cillene e Zacinto29, Las, Epidauro, Prasia, Anthana30, Falasarna31, Cidonia32, Lissa33, Nauplia34, Ermione35, Trezene36, Calauria37, Egina38, Epidauro39, Megara40, Salamina41, Serifo42, Eretria, Calcide e Istiea43, Torone44, Taso45, Eno46, Perinto e Selimbria47, Torico48, Olbia e Callipoli (nella Misia)49, Pirra50, Mitilene51, Pitane52, Mirina, Cuma, Leuce e Focea, Clazomene, Eritre53, Gere, Teo, Nozio, Efeso54, Samo55, Priene56, Mindo e Alicarnasso57, Carianda58, Cos59, Cauno60, Telmisso61, Patara62, Fello63, Faselide64, Side65, Caradrunte66, Olmi67, Salamina di Cipro68, Soli69, Triere e Berito sulla costa fenicia70, Sidone71, Tiro72, Abrotono (Sabrata)73, Tarichia74, Cartagine75, Melita76, Utica77, Ippo78, Pitecusa79, Tapsa, Igilgilis80, Iomnion akra (Iol), Ebdomo, Acio, Psamato, Mes, Acra81. Questa lunga lista (90 attestazioni), ben più ridotta rispetto alla realtà antica82. Evidenzia a mio avviso la stretta associazione tra realtà poliadica e porto, espresso sempre con il termine limen, che solo in rarissimi casi riceve un nome diverso rispetto a quello della città cui appartiene83 Un caso particolare è quello di tre città che condividono un solo porto, che il Periplo indica per alcune isole cicladiche: Amorgo e Pepareto, entrambe con tre città e un porto, Sciato con due città e un porto84. L’associazione polis-limen caratterizza le città greche ma non solo: si noti ad esempio la forte concentrazione della formula per le città costiere dell’Africa settentrionale, prova della vivacità economica di queste comunità fenicie. Sappiamo di certo che la relazione tra porto e città può essere anche di opposizione o conflitto. È quanto avviene per esempio nei rapporti multiformi tra il Pireo e Atene: da un punto di vista economico e sociale, il porto ateniese può essere considerato come un mondo indipendente dal cuore della città, un demo a parte85, dotato di magistrature proprie, menzionate in un celebre passaggio di Aristotele86, aperto ai culti stranieri e popolato da molti residenti non ateniesi, con una promiscuità sociale ben più accentuata che nel resto della polis87. È certo questa la ragione della critica implicita che l’anonimo autore della Costituzione degli Ateniesi riserva alla ricchezza proveniente dalla supremazia marittima, quando descrive la specificità economica del Pireo e conia il neologismo thalassocratores riferito agli Ateniesi88. Tali relazioni politicamente e socialmente contrastanti portano a teorizzare la separazione della città dal mare, ben espressa in un passaggio delle Leggi di Platone89 e a porre in forma problematica la relazione tra la città e il mare (peri dè tēs tēn thalattan koinonias) nella Politica di Aristotele90. Ma nell’ottica dei peripli e dei portolani, che orienta la mobilità antica e confluisce poi in molte descrizioni geografiche e etnografiche, il porto non è solo solidale con la città ma ne rappresenta la proiezione stessa verso l’esterno, una sorta di fronte di mare urbanizzato, talora con esiti monumentali di grande effetto. Si pensi per esempio alla descrizione straboniana di Marsiglia91, che enfatizza l’aspetto scenografico del porto dominato dalla roccia a forma di teatro e difeso, come tutta la città, da una possente cinta muraria92. L’integrazione tra paesaggio e insediamento urbano si fa qui esplicita, e l’impressione di magnificenza della città si incarna nell’effetto prodotto dalle sue mura. Oltre al legame tra porto e cinta muraria, sottolineato più tardi da Flavio Giuseppe nella bella descrizione di Cesarea93, il passaggio straboniano mostra l’identificazione tra porto e città. Tale assimilazione è ben presente in alcune immagini retoriche per cui lodare il porto significa elogiare la potenza della città che lo possiede e dove, in senso opposto, considerare un luogo come alimenos o sprovvisto di porto significa relegarlo ad una categoria spaziale e urbana di second’ordine94. I destini anche simbolici del porto e della città sembrano così intrecciarsi in alcuni discorsi retorici di epoca imperiale avanzata. In un passaggio dell’Orazione Rodia di Elio Aristide, l’immagine della rovina del porto, dovuta all’irrompere delle acque, diviene il simbolo dalla catastrofe che stravolge l’ordine delle cose: in una specie di drammatica simmetria della rovina, l’interno del porto diviene visibile mentre l’intera città scompare95.

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Fig. 2. Mappa di Taso, tratta da Hamon 2019.

La relazione dialettica tra porto e città appare anche da altri elementi lessicali. Gli abitanti dell’area portuale hanno un nome specifico: il termine limenitēs, con il corrispettivo femminile limenitis, designa coloro che abitano i quartieri costieri ma si può applicare anche, in maniera significativa, ad alcune divinità, come è il caso di Priapo o di Artemide, così definite in alcuni epigrammi dell’Antologia Palatina96. Sono peraltro ben noti i legami profondi tra il culto di Artemide e il porto di Munichia, che si manifestano in alcuni momenti salienti della storia ateniese97. Oltre a ciò, il porto rappresenta in qualche sorta uno spazio di frontiera interna alla città, in cui non solo individui ma anche ethne diversi coabitano98. La relazione tra porto e spazi urbani si spinge a volta fino al cuore stesso della città: come afferma un lemma del lessico di Esichio, “I Tessali chiamano l’agora limen”99. La stessa identificazione sembra stabilita anche per Paphos e per Larissa100; malgrado il fatto che tale particolare accezione della parola sembri limitata ad alcune città greche, l’assimilazione stabilita in questo caso tra il porto e il centro della vita urbana è comunque significativa.

Naturalmente uno degli aspetti essenziali e concreti dell’integrazione tra porto e polis concerne gli aspetti fiscali, al cuore stesso delle procedure economiche antiche. Se la nozione giuridica di “acque territoriali” sembra estranea al mondo greco101, una forma di fiscalità portuale, conosciuta sotto il nome di ellimenion (talora impiegato al plurale ellimenia) sembra applicata almeno nei casi dei porti più grandi come Delos e Atene, indipendentemente dall’importazione di merci102 e presumibilmente connessa ai servizi che vi venivano offerti. Tali servizi potevano contemplare per esempio delle forme di organizzazione interna ai porti, che si ritrova in un decreto della seconda metà del IV sec. a.C. da Taso: la ripartizione dei battelli nei differenti luoghi di ormeggio comporta un’azione di sorveglianza da parte di un personale giuridico (gli apologoi) e il pagamento di un’ammenda103.

Il limen è infine anche uno spazio di mediazione e contrattazione tra diverse città: oltre ai casi cicladici evocati dallo Ps. Scilace104, questo aspetto appare evidente nella descrizione senofontea del porto di Calpe in Bitinia, dominato da un promontorio a metà strada tra Bisanzio ed Eraclea Pontica, provvisto di fonti sorgive e di una densa foresta, due risorse preziosissime per lo scalo e il rifornimento dei battelli105. Allo stesso modo, è possibile per due città frontaliere accordarsi sulla gestione e sfruttamento delle risorse condivise o poste alla frontiera tra due territori, come nel caso di un arbitrato ellenistico di Argo sulla contesa tra Trezene e Arsinoë sull’utilizzo delle risorse ricavate da un’area prossima alle due città, l’istmo intorno alla penisola di Metana106.

La ripartizione funzionale degli spazi

All’articolazione tra identità civica e paesaggio naturale, il porto può essere considerato come un “territorio multiplo” anche riguardo alle sue caratteristiche strutturali interne del porto. Un passaggio dell’Onomasticon di Polluce appare estremamente illuminante non solo in rapporto alla repartizione delle strutture portuali ma anche sull’identità tra lessico e funzioni. Il testo elenca in maniera dettagliata le “parti (merē) che si trovano intorno al porto” che sono, nell’ordine, il deigma, il molo (chōma), l’emporion e – sempre secondo Iperide – l’exaíresis, il luogo di scarico, cosi denominato poiché vi vengono scaricate le merci, esattamente come il deigma sarebbe così chiamato dal nome dei campioni delle mercanzie che vi vengono date agli acquirenti107.

La lista fornita da Polluce appare di grande interesse, in quanto vi si ritrova non solo una stratificazione di informazioni che rimonta, attraverso Iperide, almeno al IV secolo a.C. ma anche perchè istituisce un’associazione significativa tra spazi costruiti o adattati – come il molo e l’emporion – ed altri che appaiono designati semplicemente dalle attività che vi si svolgono, quali l’atto di scaricare e quello di mostrare i campioni di vendita. Nel loro insieme, tutti questi elementi concorrono quindi a formare la specificità del porto.

Tra i luoghi denominati nell’Onomasticon, evidentemente l’emporio è quello su cui si è più a lungo dibattuto negli ultimi decenni108. Non vi ritorneremo in questa occasione se non per ricordare rapidamente il suo rapporto dialettico con la polis, che addirittura in certe classificazioni recentemente proposte, come quella di M.H. Hansen, designa la comunità stessa, “Communities which are emporia”109. Se tali classificazioni rischiano di fissare in maniera un po’ schematica le dinamiche evolutive che riguardano gli sviluppi urbani, esse offrono tuttavia degli strumenti euristici che si potrebbero estendere ad altri esempi, come l’Egina arcaica e classica, completamente orientata verso l’attività marittima, in cui le élites si identificano di fatto con il ceto dei mercanti e dei possessori di navi110.

Quanto all’exairesis è stata interpretata da Julia Velissaropoulos come quella parte del molo dove avveniva lo scarico delle merci; la stessa studiosa evidenzia la ricorrenza di questo termine tecnico nei papiri egiziani111. Nel testo di Polluce, questo luogo sembra indicare una ulteriore e più dettagliata delimitazione dei moli, da cui non è necesariamente distinto.

Un approfondimento più specifico merita invece il deigma, uno spazio dai contorni assai fluidi e praticamente mai individuato sul terreno, ma che viene indiscutibilmente connesso al porto dalle fonti greche, dall’età classica al periodo ellenistico e fino all’età romana imperiale. Si tratta in effetti di uno spazio essenziale per comprendere le forme e le dinamiche dello scambio nelle società greche a partire dall’epoca classica112. Le prime attestazioni note della parola si trovano in due passaggi rispettivamente di Aristofane e di Lisia. Un verso dei Cavalieri definisce ironicamente il Tribunale ateniese il “bazar dei contenziosi”, il deigma tōn dikōn 113. Nell’orazione di Lisia “Contro Tisis”, conosciuta attraverso frammenti, il querelante Archippo viene condotto in stato di ebbrezza eis to deigma per essere esposto, quale una mercanzia, allo sguardo di disapprovazione degli Ateniesi114. In entrambi i casi la parola viene usata in senso metaforico, fatto che potrebbe dimostrare come già alla fine del V secolo il luogo fosse sufficientemente conosciuto ad Atene per poterlo evocare in modo figurato o ironico.

Nella città attica, il deīgma si trova sovente connesso al Pireo. Nelle Elleniche, Senofonte cita l’incursione compiuta nel 388/387 dalla flotta spartana comandata da Teleutia contro il deīgma di Atene, situato accanto al Pireo115. Nell’ambito del Corpus demostenico, l’orazione Contro Lacrito concerne una diatriba commerciale che si svolge appunto nel deigma ateniese presso il Pireo (“en tō deigmati emeterō”)116. Un’orazione attribuita a Demostene, Contro Policle (Per le spese della trierarchia L) ribadisce il legame con il porto ateniese: si tratta dell’incontro en tō deigmati tra due personaggi, Euctemone (capo dei rematori) e Dinia (cognato dell’accusatore Apollodoro)- e l’accusato, Policle, di ritorno dall’Ellesponto117. La connessione è confermata in età bizantina dalla Suda, che descrive il deigma come un luogo (topos) del Pireo, dove stranieri e cittadini si riunivano insieme (synégonto) per discutere118. La relazione tra deigma e porto è provata anche per altri casi, ad esempio Rodi119. A Atene, il luogo è monumentalizzato almeno a partire da età romana tardo-repubblicana e imperiale, se non ellenistica: un’iscrizione datata al I sec. d.C.120 fa riferimento alla riscostruzione del deigma di Atene voluta già da Pompeo dopo le distruzioni della spedizione sillana. Un secolo dopo, la formula conclusiva di una lettera ufficiale dell’imperatore Adriano dispone la trascrizione e esposizione della missiva nel Pireo, davanti al deigma (pro tou deigmatos) che sembra quindi un edificio specifico del porto ateniese121.

Ci si può tuttavia chiedere, senza potere qui approfondire la questione, se una tale monumentalità abbia caratterizzato il luogo sin dall’epoca arcaica o se la parola non designasse in origine semplicemente l’area del porto in cui si svolgeva la presentazione dei campioni delle merci, oggetto di contrattazioni e vendite. Questa interpretazione sembra a mio avviso suggerita da qualche passaggio degli oratori ateniesi. Alla metà del IV sec. a.C., il Lessico dei dieci Oratori di Arpocrazione, considera il deigma come una parte dell’emporio stesso: “Deigma, principalmente ciò che si mostra di ciascuno dei prodotti in vendita, così come luogo dello stesso nome nell’emporio di Atene dove si portavano i campioni. Era in effetti abituale ad Atene designare i luoghi sulla base del loro contenuto. Demostene su Le spese della trierarchia e Lisia”122. Come si può osservare, la definizione fa riferimento a un luogo generico, caratterizzato dall’attività che vi si svolge, piuttosto che a un edificio specifico. Tale impressione è confermata da un passaggio della Vita di Demostene di Plutarco, che attribuisce all’oratore questo discorso rivolto agli Ateniesi: “Come vediamo che i mercanti, quando portano in giro in un piccolo contenitore un campione della loro mercanzia (ótan en trublíōi deīgma periphérōsi), con pochi granelli vendono grandi quantità di merci, così voi non vi accorgete che state consegnando, insieme con noi, tutti voi stessi”123. Questa frase sembra sottintendere che il deigma poteva anche essere un luogo di incontro, forse solo un semplice portico o riparo di altra natura, che non richiedeva a priori nessuna installazione particolare, in cui i campioni delle mercanzie potevano essere presentati in un recipiente che circolava di mano in mano e pubblicizzati grazie alla capacità di persuasione dei mercanti. In questa prospettiva, è quindi l’atto che crea lo spazio. Si potrà certo obbiettare che il discorso attribuito da Plutarco a Demostene è puramente retorico e in quanto tale frutto di una finzione narrativa. Pur con queste dovute cautele, non può tuttavia sfuggire la precisione della descrizione, provata anche dal nome del vaso impiegato per presentare i campioni: il termine trublion appartiene difatti a un lessico tecnico preciso, in cui spesso designa un’unità di misura utilizzata, nei trattati medici in particolare, per indicare gli ingredienti, la composizione e la proporzione dei farmaci124.

La moltiplicazione degli spazi: i porti doppi

Spazi multipli a causa della loro ripartizione interna che corrisponde spesso, come si è detto, a diverse funzionalità, i porti sono talvolta anche luoghi doppi, “Doppelten” o “Doppelhäfen” secondo la tipologia proposta dal Lehmann Hartleben ormai un secolo fa125, che sottolinea la duplicazione possibile degli spazi portuali appartenenti alla stessa città, accomunati da alcune singolarità e tratti specifici. Lo studio recente di Chiara M. Mauro (2019) pur sottolineando il carattere problematico della definizione per ragioni essenzialmente legate alla cronologia d’uso dei luoghi126, elenca una serie di casi in cui spazi attrezzati o punti di attracco posti su entrambi i lati di un promontorio sono stati utilizzati in parallelo, come Ermione ed Epidauro in Argolide, Pagasai in Tessaglia, Mirina sull’isola di Lemno e Metimna a Lesbo127. L’identificazione della città con un duplice spazio portuale diventa esemplare nel caso di Corinto, prototipo di una configurazione costiera duplice e complementare al tempo stesso. Ma al di là di questo celebre esempio, la classifica del Lehmann Hartleben mostra l’ampia diffusione, nella Grecia arcaica e classica, di una tipologia urbana e costiera al tempo stesso, a cui spesso si aggiunge un’altra definizione di controversa interpretazione, presente nelle fonti antiche a partire, come abbiamo visto, dallo Pseudo Scilace128, che è quella del limēn kleistos, alla lettera un porto “chiuso” o “che si può chiudere” In effetti, quando una città possiede due o più porti, uno di essi è spesso definito kleistos. Il senso da dare a questo termine è stato oggetto di analisi recenti le cui conclusioni si possono così riassumere: non necessariamente incluso nella cinta muraria della città, secondo l’interpretazione corrente, il porto “chiuso” è essenzialmente un luogo il cui accesso è ristretto per cause naturali (promontori, lingue di terra) o, più raramente controllato da uno sbarramento artificiale (la chiusura del porto, κλεῖθρα, è attestata a partire dall’età ellenistica)129. In ogni caso, tale configurazione ha conosciuto evoluzioni importanti; così la nozione di porto militare che vi è spesso associata può essere accettata per l’età romana o a partire dalla fine del IV secolo a.C., ma non sembra appropriata o comunque non esclusiva per le precedenti fasi storiche130. Fatte queste premesse, possiamo esaminare alcuni casi di porti doppi evocati dal Lehman Hartleben, anche alla luce delle recenti acquisizioni dell’archeologia.

Lo Pseudo Scilace definisce Samo come un’isola che possiede una città e un porto chiuso, kleistos131. Il Lehman Hartleben ipotizzava la relazione dei due porti dell’isola con la muraglia arcaica fatta costruire da Policrate; accanto al molo principale che corre da nord a sud si trovava un altro più ridotto che dovrebbe essergli tuttavia contemporaneo132, anche se tale relazione è stata messa in dubbio dagli studi più recenti, che situano il porto arcaico al di fuori dal circuito murario133. Sappiamo da Erodoto che il molo policrateo, la cui lunghezza superava i due stadi, era oggetto di grande ammirazione134. Di tale struttura restano in località Pythagorio alcuni blocchi reimpiegati nella costruzione moderna risalente al XIX secolo; la posizione favorevole, protetta dal vento meridionale, permetteva l’attracco di navi da guerra, che dovevano in precedenza attraccare a Ghlyfadha, ad ovest della città, dove sono stati ritrovati resti di anfore e alcuni punti di attracco per le barche che potrebbero risalire alla fine del VI sec. a.C.135. È interessante la relazione con le mura della città, probabilmente contemporanee al porto, che avevano presumibilmente una lunghezza di 6,4 km e che si conservano in alcuni punti per diversi metri di altezza136. Stando alla testimonianza erodotea le mura, in qualche punto una vera e propria fortezza eretta di fronte al mare, esistevano al momento dell’assedio spartiate all’isola nel 524 a.C.137 Samo appresenterebbe così uno dei più antichi esempi noti dell’adattamento tra linea costiera, approdi e circuito murario138.

Tralasciando altri casi più incerti come quello di Nasso, la situazione di Taso è ben documentata dall’epigrafia, dai testi e dalle indagini topografiche condotte dalle successive missioni francesi139. Il Periplo dello Pseudo Scilace attribuisce a Taso due porti, di cui uno kleistos140. Se la ricostruzione esatta di questo porto chiuso resta da definire, diversi resti appartenenti all’impianto portuale sono stati effettivamente messi in luce, come dimostra ancore nel 2003 il rinvenimento di una torre in seguito a lavori di bonifica del sito. Si intuisce così una struttura delimitata da un molo a gomito e dotata di diverse torri (complessivamente almeno tre); l’inserimento nel percorso murario ne permette una datazione agli inizi del V sec. a.C.141 Integrato nella muraglia e grazie ad essa distinto dallo spazio urbano142, questo primo porto possedeva delle cale per ospitare navi militari, ancora visibili nel fondo marino. Un’iscrizione della prima età ellenistica, probabilmente della seconda metà del IV sec. a.C., indica due approdi diversi, per battelli di diverso tonnellaggio143; tuttavia, come è stato rilevato nella recente edizione del testo144, la contiguità dei luoghi menzionati nel decreto fa pensare a una ripartizione interna allo stesso porto, probabilmente in questo caso quello commerciale situato presso l’agora, a cui si accedeva dalla cosiddetta Porta obliqua e che doveva ospitare anche l’emporio cittadino145. I resti archeologici confermano l’esistenza di un porto fortificato dietro l’agora e uno più aperto – benchè delimitato da un molo- presso la porta di Ermes146. Queste osservazioni concordano con la notizia di Erodoto secondo cui, grazie ai proventi delle miniere, Samo possedeva una flotta consistente ed era protetta da una possente muraglia al momento dell’attacco di Istieo di Mileto, nel 491 a.C.147. Alla fine del IV secolo a.C., la distruzione del muro di separazione con la città potrebbe far supporre un cambiamento di destinazione della struttura, anche se gli scambi commerciali dovevano probabilmente avere luogo ai due lati del porto chiuso e all’esterno delle mura di cinta 148.

Vi è poi il caso dei doppi porti costruiti da una parte all’altra di un capo, che presentavano il grande vantaggio di offrire riparo constante dal vento, come fu probabilmente il caso di Cizico149. Anche in questo caso i porti sono spesso integrati nel circuito murario, come dimostrano diversi esempi di età arcaica, talora legati a precise circostanze storiche150. I due porti – di cui uno kleistos – che lo Pseudo Scilace situa a Paro151, risalirebbero ad epoca anteriore alle guerre persiane, quando la città fu privata delle mura152. Anche a Priene, stando alla testimonianza dello Pseudo Scilace che aveva conoscenza diretta dei luoghi, vi erano due porti di cui uno kleistós153; secondo il Lehmann Hartleben, questo porto, incluso nella cerchia muraria, risalirebbe ad epoca anteriore alla rivolta ionica154. Tuttavia tale collocazione è messa in discussione dalle ricerche archeologiche recenti: i due porti si troverebbero ad ovest del sito archeologico, al di fuori della cerchia muraria dell’abitato, ricostruito alla metà del IV secolo a.C.155. Siracusa aveva, secondo lo Pseudo Scilace, due porti156, i cui resti sono stati ritrovati da un lato e dall’altro della lingua di terra artificiale che uní l’isola di Ortigia alla terraferma; uno dei due complessi, situato nell’area dell’attuale via Veneto, potrebbe risalire già alla seconda metà del VI secolo, l’altro – nei pressi dell’odierna via Diaz – è datato in via di ipotesi all’inizio del IV sec. a.C.157

Questa rapida e certo non esaustiva rassegna permette di sottolineare il legame stretto che si configura tra porto e città in età arcaica, cioè all’epoca, per eccellenza, della definizione delle strutture e degli spazi urbani, quando il porto viene per così dire incastonato nel sistema di delimitazione e di difesa degli spazi cittadini. Un’altra osservazione concerne la frequenza di questa configurazione negli spazi insulari, ben rappresentati tra gli esempi citati dal Lehmann Hartleben. Il caso di Egina presenta diversi punti di contatto con le situazioni appena considerate. In effetti, stando alla descrizione dello Pseudo-Scilace, l’isola possedeva due porti158; Pausania conferma la notizia e aggiunge che l’uno dei due è un porto “nascosto” (krupton) e si trova a prossimità di un teatro, mentre l’altro, più frequentato, era vicino ad un tempio di Afrodite159. A partire dalla ricostruzione proposta dal Welter del 1938, il porto “nascosto” è stato identificato con la baia più settentrionale, situata effettivamente a sud del complesso della collina di Colonna, del tempio di Apollo e del teatro; si tratterebbe di un porto militare contemporaneo alle mura, datate dal Welter agli anni precedenti la seconda guerra persiana160, mentre il porto commerciale si troverebbe a sud dell’isola. Secondo i calcoli del Welter, nel porto militare vi sarebbe stato spazio per una sessantina di attracchi, ciascuno di 6 metri di larghezza, ció che sarebbe compatibile con i calcoli avanzati per la demografía dell’isola161. Tale ricostruzione e cronologia sono state sostanzialmente seguite nelle pubblicazioni successive – da Mario Torelli (1986)162 a H. Walter (1993)163 a H. Gerding (2013) – e confermate anche dagli studi geomorfologici di P. Knoblauch (1972) che hanno evidenziato le variazioni considerevoli del livello del mare dall’antichità ad oggi164. Non è tuttavia da trascurare la possibilità, prospettata da altri studiosi, che anche il porto “nascosto” potesse avere anche funzione commerciale in quanto più riparato da eventuali attacchi, soprattutto se si considera che il testo del Periegeta insiste sulla difficoltà di attraccare a Egina, voluta dal mitico fondatore Eaco per mettere l’isola al riparo degli attacchi dei pirati. In considerazione di ciò, T. J. Figueira suppone che non vi fosse una differenziazione funzionale dei porti antecedente alla ricostruzione del porto militare intorno al 480 a.C., in ogni caso dopo il fallimento della rivolta del 490 che aveva aperto la strada agli Ateniesi: solo dopo questo episodio il porto militare sarebbe stato ricostruito e interdetto al commercio, mentre al tempo stesso un porto commerciale veniva costruito a sud165. Un progetto di ricerca in corso, promosso dall’Ecole Française d’Athènes, intende appunto far luce su questi interrogativi166.

In conclusione, la duplicazione dei porti, spesso legata ad un più ampio progetto urbano che prevede la costruzione contemporanea delle strutture portuali e della cinta muraria, offre la funzionalità diversificata degli spazi, militari e civili, e al tempo stesso l’opportunità di un riparo costante dai venti, permettendo cosi la frequentazione o la permanenza in ogni stagione167. In maniera significativa, tale preoccupazione traspare dall’aggettivo χειμερινόν, ‘adatto all’inverno’ con il quale lo Pseudo Scilace designa i porti ciprioti di Salamina e di Soli168. Se i porti doppi possono costituire una configurazione vantaggiosa per la comunità poliade, tale moltiplicazione degli spazi può talora tuttavia assurgere a simbolo delle fratture interne al corpo civico e sociale, come dimostra il caso di Corcira.

Il territorio diviso: i porti e la stasis di Corcira

Se c’è una situazione storica in cui la duplicità dei porti appare come la traduzione concreta delle lacerazioni interne alla città, questo è il caso della celebre stasis di Corcira del 427-425 a.C., che nel racconto tucidideo assurge a paradigma stesso del conflitto civile, a “stasis model”169, non a caso il primo a cui lo storico ateniese abbia consacrato una analisi approfondita170.

La presenza a Corcira di due porti (ekaterthe póleōs) è un elemento che appare già nella descrizione omerica di Scherìa171, che rappresenta per molti versi l’Ideal-typ della città fondata di età geometrica. In questo caso la duplicità degli approdi è uno degli aspetti visivi dell’isola, in una prospettiva anch’essa completamente “marittima”. Per lo Pseudo Scilace, i porti di Corcira sono addirittura tre, situati presso la città (kata ten polin); uno di essi è definito kleistós (chiuso)172. Se il loro nome non viene dato dal periplo, siamo comunque in un contesto – la descrizione dei popoli illiric – in cui è ben presente la tradizione della fondazione da parte di Illo, figlio di Eracle; come vedremo in seguito, tale reminiscenza della discendenza eroica ritorna nella tradizione tucididea173.

E’ interessante quindi notare come la duplicità dello spazio portuale, con le sue possibilità vitali di accesso al mare, sembri riflettere in maniera concreta la divisione della città in occasione della stasis del 427-425 a.C., alimentata e appoggiata dai due belligeranti, Atene e Sparta174. Le indicazioni topografiche sono fornite in questo caso con precisione dallo storico ateniese, a conferma della loro importanza. Se gli spazi sacri appaiono a diverse riprese, come punti di riferimento o come teatro di tragici episodi, quali il massacro dei supplici rifugiatisi nell’Heraion175, è il caso di insistere qui sul ruolo dei porti in quanto supporto materiale e simbolico della molteplicità e conflittualità sociale e territoriale della polis. Come afferma Tucidide (3.72.3), il demos, saldamente insediato sull’acropoli, occupava al tempo stesso il porto detto Illaico, nome significativo per i suoi legami con l’ascendenza eroica dall’eroe eponimo Illo. In effetti, all’arrivo degli ambasciatori lacedemoni trasportati nella trireme corinzia, le élites corciresi attaccarono con successo il demos i cui membri, durante la notte, avevano trovato rifugio sull’acropoli e sulle parti alte della città, occupando anche il porto Illaico. Lo stesso porto ritorna peraltro in un passaggio successivo, quando i Corciresi costringono le navi su cui hanno fatto salire i Messeni “a fare il giro entrando nel porto Illaico”176.

La fazione aristocratica si apposta invece intorno all’agora e tiene l’altro porto: “I loro nemici occuparono l’agorà, dove la maggior parte di essi abitava, e il porto che dava sulla piazza e guardava verso il continente”177. Il nome di questo secondo approdo non è dato da Tucidide ma uno scolio a Dionigi Periegeta informa che esso portava il nome del mitico re Alcinoo178.

Dove situare i luoghi del racconto tucidideo? Se la topografia di Corcira permane tuttora parzialmente incerta179, un relativo consenso si riscontra sull’identificazione dei porti. Secondo il Donini, il porto Illaico sarebbe da collocare “tra l’acropoli e l’estremità settentrionale della costa orientale, che poi volge bruscamente ad angolo retto verso ovest, oppure sulla stessa costa settentrionale”180. L’altro porto, occupato dagli aristocratici, doveva essere invece sulla costa orientale, a sud dell’acropoli181. In effetti, secondo l’opinione più diffusa, il porto Illaico andrebbe situato nella baia che corrisponde oggi al lago Chalikiopoulo, a sud-ovest dell’isola e a sud della penisola di Palaiopolis; si tratterebbe in realtà di una baia naturalmente protetta, con un’entrata stretta che poteva essere facilmente chiusa182. Il porto della fazione avversa sarebbe da identificare con la baia settentrionale tra la baia di Garitsa e il promontorio Anemomylos; si tratta di un bacino naturale extremamente protetto, il prototipo stesso della “closable bay” che sarebbe il censo del porto kleistos183. W. Gomme ha proposto invece una diversa identificazione, secondo cui l’acropoli corrisponderebbe alla Fortezza Vecchia, le parti alte della città alla cosiddetta Fortezza Nuova, e il porto Illaico sarebbe da identificare con il porto attuale, la stretta baia situata immediatamente a nord della Fortezza Vecchia. L’altro porto, adiacente all’agora e provvisto del neōrion, sarebbe da situare nella Baia di Kastrades. Le parti alte occupate dai democratici corrisponderebbero alla Fortezza Nuova (Fort Abraham) e l’isola da cui vengono tratti i prigionieri e portati all’Heraion sarebbe l’isola Vido, mentre l’Heraion si troverebbe a nord o a est della fortezza Vecchia, forse in corrispondenza di H(agios) Nikólaos184. Al di là delle divergenze nella ricostruzione dei luoghi, dovute anche all’evoluzione della morfologia costiera, appare certa la drammatica divisione della città che si traduce nella lacerazione degli spazi, confermata dalla descrizione dell’incendio appiccato dagli oligarchi che pur di frenare l’avanzata degli avversari e di impedire loro il possesso dell’arsenale, non esitano ad appiccare il fuoco alle case circostanti l’agora, distruggendo le loro stesse proprietà e mercanzie e rischiando perfino la distruzione della città185.

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Fig. 3. Ricostruzione dei porti di Corcira, secondo Gomme 1987.

Questa lotta civile, che non arretra neanche difronte al pericolo della distruzione totale, è quindi un evento paradigmatico per diversi motivi. Si tratta innnanzitutto di uno dei primi episodi di lotta fratricida, che introduce nella città la divisione e gli inganni, sconvolgendo “il significato abituale delle parole in rapporto ai fatti secondo il modo in cui ritenevano d’interpretarle”186. La guerra che lacera Corcira diventa così un pericoloso antecedente che sarà seguito e persino superato in seguito. Ma non basta; come è stato ben messo in valore da alcune letture recenti, questa guerra comporta un vero capovolgimento dei ruoli sociali, delle divisioni, delle alleanze e delle regole187. In maniera inaudita, gli schiavi vengono arruolati dalle due fazioni, dietro promessa della libertà e combattono accanto ai cittadini: “la maggioranza dei servi si schierò come alleata del popolo, mentre in aiuto dei loro avversari vennero dal continente ottocento mercenari”188. Gli schiavi erano senza dubbio numerosi a Corcira, come ne danno testimonianza sia Tucidide che Senofonte: basti pensare che sui 1000 prigionieri catturati dai Corinzi nella battaglia delle Sibota nel 413, ben 800 erano schiavi189. Ma ancora un altro avvenimento scuote la città: le donne del demos, che aveva riportato una battaglia, si schierano attivamente con i loro uomini. Come scrive lo storico ateniese, “le donne collaboravano (xunepelábonto) coraggiosamente con loro scagliando tegole dalle case e affrontando il tumulto contrariamente alla loro natura (parà phusin)”190. La circostanza eccezionale della partecipazione di donne e schiavi, che anche in questo caso combattono lanciando tegole, è rilevata da Tucidide solo in un’altra occasione, quando nel 431 i Plateesi avevano voluto respingere l’assalto dei Tebani sferrato in piena notte191. La partecipazione femminile rinforza così l’impressione del capovolgimento di ogni ruolo, proprio alla lotta civile: “la stasis annulla le regole del confronto politico, vanifica le differenze di ruolo, invalida le norme dello scontro oplitico che presuppone una posizione frontale, non esigibile, tuttavia, da esseri alieni per natura dal confronto armato”192. Come giustamente sottolineato da Jonathan Price, questo capovolgimento radicale – politico, sociale, religioso, etico – differenzia la stasis dalla guerra, che ha invece spesso il risultato contrario, quello di rinforzare le istituzioni193. Il possesso dei porti è evidentemente una tappa significativa delle strategie di controllo dell’avversario e la duplicazione degli spazi diventa in questo caso un elemento importante della divisione del corpo civico e sociale.

In conclusione, questo contributo ha voluto evidenziare come la nozione di territorio multiplo sia adeguata a comprendere le caratteristiche e il funzionamento degli spazi portuali già in età arcaica e classica, tanto per le diverse categorie dei porti, tanto per le ripartizioni interne, quanto per le relazioni complesse che sussistono con la comunità politica da cui il porto dipende. Se nel corso del VI o all’inizio del V secolo a.C., il porto comincia a essere incastonato nelle mura cittadine (Taso, Siracusa), nel V secolo gli spazi e le comunità portuali entrano spesso direttamente nelle vicende drammatiche della guerra e del conflitto interno, come illustrato dal caso di Corcira. Nasce forse allora, e si sviluppa nel corso del IV secolo a.C. la visione del porto come luogo difficile da governare e quasi opposto al centro della polis, che è stato sottolineato nel caso del Pireo e che porta a teorizzare la distanza dal mare come una misura necessaria per il buon governo della polis. Ma si tratterà di visioni utopistiche più che di sviluppi storici concreti. I porti, con la loro dinamica e vivacità, continueranno a segnare l’aspetto e i caratteri del Mediterraneo.


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Note

  1. Per la prospettiva marittima si veda Prontera 1996; Janni 2016, in particolare le p. 21-22; sull’apporto alla visione geografica, Cordano 1997, 293-308; in rapporto alla colonizzazione greca: Malkin 2011, 48-50; D’Ercole 2012, 25-27.
  2. Mauro 2019.
  3. Se si esclude un lieve arretramento della linea costiera, le Vieux-Port è molto prossimo a quello della fondazione focese: si vedano in proposito i saggi riuniti nel recente volume Mellinand et al., ed), 2024, in particolare Chevillot & Morhange 2024, 27-34.
  4. Per una tipologia generale di questi casi: Mauro 2019, in particolare le p. 25-43 sulla geomorfología dei porti greci e p. 44-65, sulle opere artificiali tipiche dello spazio greco.
  5. Omero, Odissea,3.96-97, sul porto di Itaca sacro a Forchis, il Vecchio del mare; 6.263, Scheria ha un bel porto, un “kalos limen”.
  6. Chantraine 1974, s.v. leimon, 627-628; Teognide, 460: una giovane fanciulla viene paragonata ad una barca difficile da governare per un uomo anziano, pronta a rompere gli ormeggi e a cercare un nuovo porto, un ἂλλον λιμένα.
  7. Sofocle, Aiace, 683: l’amicizia è paragonata a un “porto sicuro” (ἂπιστος ἐσθ’ἐταιρείας λιμήν).
  8. C. B. Hase, limnothalassa, ThLG VI, c. 304; Arist. HA 8.13.598 A, a proposito delle specie ittiche che si incontrano nelle lagune.
  9. Strabone 4.1.8 (Rodano); 6.3.9 (laguna di Siponto); 13.1.34 (Scamandro). Polluce (1.101), menziona uno stoma liménos e un eústomos limèn. Più generalmente su questo termine: L. Dindorf, stomalimne, ThLG VII, c. 809: lacus prope mare, cuius in mare ostium aperitur.
  10. Sugli elementi naturali dei porti greci arcaici e classici: promontori (Mauro 2019, 26-31), isole (32-33), baie (33-37), foci fluviali (37-41).
  11. Chantraine 2009, 793.
  12. Erodoto VII, 193-194.
  13. Eschilo, Supplici, 765-770. Nel senso di “approdo” salvífico nel mare in tempesta, il termine ricorre ancora nell’Agamennone, v. 663.
  14. Si veda per esempio il Periplo del Mar Eritreo (Belfiore 2004) e lo Stadiasmo o Periplo del Mare Grande (Medas 2008, in particolare le p. 129-135): il termine limen è atestato complessivamente 61 volte nello Stadiasmo per indicare un porto attrezzato (ibid., p. 135); per il termine hormos – che identifica principalmente il porto naturale di forma semicircolare – e i suoi derivati (pánormos, húphormos) cf. ibid. p. 141-148.
  15. Leonard 1995, 240: “The harbour terminology of Strabo and the Stadiasmos may reflectsuch a graduated system of coastal sites. (…) Archaeological evidence, however, when compared with textual references, only increases our confusion”.
  16. Cf. supra, nota 2.
  17. Ho tenuto conto per questa lista solo dei luoghi per cui è esplicitamente menzionata la formula polis kai limēn, oppure dei luoghi che sono elencati tra le poleis e il cui nome è seguito dalla menzione kai limēn. Di fatto, la connessione è molto più ampia: non ho incluso per esempio in questa lista Paro, che ha due porti di cui uno kleiston, (Ps.Scil. 58.1), perchè non esplicitamente definita polis. Il binomio così spesso ripetuto polis/limēn mi pare stabilire un’identità piuttosto che una separazione tra i due elementi citati.
  18. Ps.-Scilace, 4, polin estìn Hellenis, Massalía, kai limēn (Shipley 2011, 24).
  19. Ps.-Scilace, 13.1, Shipley 2011, 25; 56.
  20. Ps.-Scilace, 13.3, Shipley 2011, 25; 56: la città è provvista di due porti.
  21. Ps.-Scilace, 133.3, Shipley 2011, 25-26; 56.
  22. Ps.-Scilace, 14, Shipley 2011, 26; 57; il porto è detto Idrunto.
  23. Ps.-Scilace, 22.1, Shipley 2011, 27; 58. La localizzazione di questa Eraclea illirica resta incerta, potrebbe trattarsi di una località dell’isola di Pharos, attuale Hvar (ibid., p.106), oppure Corcira Melaina (Cordano 1992, 68, nota 63).
  24. Con tre porti di cui uno kleistós: Ps.-Scilace, 29, Shipley 2011, 29, 113.
  25. Ps.-Scilace, 34.1; Shipley 2011, 30; 115: polis hellenis provvista di un limen kleistós.
  26. Ps.-Scilace, 34.1; Shipley 2011, 30, 115-116.
  27. Ps.-Scilace, 34.2; Shipley 2011, 30; 116.
  28. Ps.-Scilace, 38; Shipley 2011, 31; 118.
  29. Ps.-Scilace, 43; Shipley 2011, 31; 119-121.
  30. Ps.-Scilace, 46.2; Shipley 2011, 32; 124.La correzione Antana (attuale Nisi Aghiou Andrea?) è proposta da Shipley 2011; la versione Methana del manoscritto, mantenuta da Cordano 1992, 31, 128, nota 128, che osserva tuttavia la difficoltà di situare in questo punto della costa laconica una città dell’Argolide.
  31. Ps.-Scilace, 47.3; Shipley 2011, 32; 127: rivolta ad occidente e provvista di un limen kleistos.
  32. Ps.-Scilace, 47.3; Shipley 2011, 32; 127: sulla costa settentrionale, con un limen kleistos.
  33. Ps.-Scilace, 47.3; Shipley 2011, 32; 127.
  34. Ps.-Scilace, 49; Shipley 2011, 32; 128.
  35. Ps.-Scilace, 51.1; Shipley 2011, 33; 130.
  36. Ps.-Scilace, 52.1; Shipley 2011, 34; 130.
  37. Ps.-Scilace, 52.2; Shipley 2011,.34; 130.
  38. Con due porti: Ps.-Scilace, 53; Shipley 2011, 34; 130. Per la localizzazione dei porti, cf. infra.
  39. Ps.-Scilace, 54; Shipley 2011, 34; Shipley 2011, 130, osserva che si tratta piuttosto di una baia, al riparo da tutti i venti tranne che quelli proveniente da levante.
  40. Ps.-Scilace, 56; Shipley 2011, 34; 131: Megara ha un porto e la fortezza Nisea.
  41. Ps.-Scilace, 57.1; Shipley 2011, 34; 131: nēsos kai polis kai limēn.
  42. Ps.-Scilace, 58.1; Shipley 2011, 34; 133.
  43. Ps.-Scilace, 58.3; Shipley 2011, 35; 134.
  44. Ps.-Scilace, 66.4; Shipley 2011, 37, la città è definita pólis hellenís kaì limēn.
  45. Ps.-Scilace, 67.1; Shipley 2011, 37: Taso è definita nēsos, polis kai limenes duo, uno dei quali è kleistos.
  46. Ps.-Scilace, 67.3; Shipley 2011, 37.
  47. Ps.-Scilace, 67.7; Shipley 2011, 38.
  48. Ps.-Scilace, 74; Shipley 2011, 39: polin hellenis, Torikos, kai limēn. Shipley 2011, 155, definisce Torico una “non-polis”.
  49. Ps.-Scilace, 93; Shipley 2011, 41. Le due città portano toponimi greci molto correnti ma non sono altrimenti identificate: Cordano 1992, 94, nota 300; Shipley 2011, 162.
  50. Ps.-Scilace, 97; Shipley 2011, 41.
  51. Ps.-Scilace, 97; Shipley 2011, 41: Mitilene ha due porti.
  52. Ps.-Scilace, 98.2; Shipley 2011, 42, propone l’integrazione <polis kai> per Pitane.
  53. Ps.-Scilace, 98.2; Shipley 2011, 42.
  54. Ps.-Scilace, 98.3; Shipley 2011, 42.
  55. Ps.-Scilace, 98.3; Shipley 2011, 42: Samo è un’isola che possiede una città e un limèn kleistos.
  56. Ps.-Scilace, 98.4; Shipley 2011, 42: Priene possiede due porti, di cui uno kleistos. 
  57. Ps.-Scilace, 99.1; Shipley 2011, 42: Alicarnasso possiede due porti, di cui uno kleistos.
  58. Ps.-Scilace, 99.1; Shipley 2011, 42: Carianda è al tempo stesso un’isola, una città e un porto. 
  59. Ps.-Scilace, 98.3; Shipley 2011, 42: Cos è un’isola, con una città e un limèn kleistos.
  60. Ps.-Scilace, 99.1; Shipley 2011, 42: Cauno è città caria provvista di un limèn kleistós.
  61. Ps.-Scilace, 100.1; Shipley 2011, 43: Telmesso/Telmisso, è qui definita una città della Licia presso il fiume Xanto, con un limèn. Secondo Shipley 2011, 173, si tratterebbe di una “non-polis”; come d’altronde Patara e Fello, nominate nello stesso paragrafo.
  62. Ps.-Scilace, 100.1; Shipley 2011, 43.
  63. Ps.-Scilace, 100.1; Shipley 2011, 43.
  64. Ps.-Scilace, 100.2; Shipley 2011, 43.
  65. Ps.-Scilace, 101.1; Shipley 2011, 43: la città della Pamphilia è detta Kumaion apoikia kai limèn; Shipley 2011, p.175, nota che si tratta dell’unica testimonianza di una fondazione arcaica del sito.
  66. Ps.-Scilace, 102.1; Shipley 2011, 43; 175, “non-città” della Cilicia.
  67. Ps.-Scilace, 102.1; Shipley 2011, 43, propone l’integrazione <limena> échousa. Olmi è città greca con un porto: Cordano 1992, 48.
  68. Ps.-Scilace, 103; Shipley 2011, 44: Salamina avrebbe un porto chiuso χειμερινόν, adatto all’inverno.
  69. Ps.-Scilace, 103; Shipley 2011, 44, anche questa città cipriota λιμένα ἒχει χειμερινόν
  70. Ps.-Scilace, 104.2; Shipley 2011, 44.
  71. Ps.-Scilace, 104.2; Shipley 2011, 44: Sidone possiede anche un limèn kleistós, che dovrebbe essere il porto settentrionale della città (Shipley 2011, 181).
  72. Ps.-Scilace, 104.2; Shipley 2011, 44: Tiro possiede un porto entro le mura. Shipley 2011, 181, nota che Ps.-Scilace menziona solo uno dei suoi due porti.
  73. Ps.-Scilace, 110.2; Shipley 2011, 49: città nel territorio di Cartagine.
  74. Ps.-Scilace, 110.3; Shipley 2011, 49.
  75. Ps.-Scilace, 111.1; Shipley 2011, 50.
  76. Ps.-Scilace, 111.3; Shipley 2011, 50.
  77. Ps.-Scilace, 111.4; Shipley 2011, 50.
  78. Ps.-Scilace, 111.5; Shipley 2011, 50.
  79. Ps.-Scilace, 111.5; Shipley 2011, 50.
  80. Ps.-Scilace, 111.5, Shipley 2011, 84; Peretti 1979, 356-357, legge qui Kaukakis, seguito da Cordano 1992, 56, (Caucaci); per la problematica identificazione del sito, (la città punica di Chullu-Kollu? La romana Saldae?), Peretti 1979, 357.
  81. Ps.-Scilace, 111.5; Shipley 2011, 50: Akros è definita polis megalē <kai> limen, potrebbe essere identificato presso Melilla, attuale enclave spagnola sulla costa del Marocco (Shipley 2011, 199). Iol è al tempo stesso un promontorio, una città e un porto (Shipley 2011, 84); come nota Peretti 1979, 356, Iol-Cherchell è la sola città identificata con sicurezza in questa lista.
  82. Cf. supra, nota 15.
  83. E’ il caso di Taranto il cui porto si chiamerebbe Idrous (Ps.-Scilace, 14, Shipley 2011, 26; 57), di complessa identificazione, quanto a Megara, essa possiede la fortezza Nisaia e un porto (Ps. Scil. 56; Shipley 2011, 66). 
  84. Ps.-Scilace, 58.2 (Amorgos) e 58.4 (Pepareto e Sciato).
  85. Cf. Aristotele, Politica, 5.3.15, 1303 a: gli abitanti del Pireo sono più “democratici” degli altri Ateniesi, ἀλλὰ μᾶλλον δημοτικοὶ οι τὸν Πειραιᾶ οἰκουντες τῶν τὸ ἂστυ.
  86. Athenaion Politeia, 51.1-4.
  87. Garland 1987, 58-72; Von Reden 1995, 26-31.
  88. La Costituzione degli Ateniesi, 1.2.1, 19-20; 2.7. Su questo trattato e sulla prospettiva del suo anomino autore, Canfora 1982; Bianco 2011.
  89. Platone, Leggi, 705 a-b.
  90. Aristotele, Politica, 7.6.1, 1326 b: la vicinanza al mare è oggetto di molteplici controversie e l’arrivo di mercanti che importano ed esportano può rivelarsi un ostacolo al buon governo della città; tuttavia la città deve essere in rapporto con il mare (ibid., 7.11.1, 1330 a).
  91. Strabone 4.1.4.
  92. Ricordiamo che la cinta muraria risale alla Massalía greca, con un primo impianto già di VI sec. a.C. e successivi ampliamenti in età classica e romana, e che i resti del tracciato arcaico si trovano esattamente a prossimità della costa: Tréziny 2001, 45-53; Tréziny 2014, 11.
  93. Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica, 1.412: un muro di pietra circonda il porto.
  94. Per la discussione sulla nozione di alimenos (Strabone 7.5.10) con particolare riguardo alla situazione adriatica: D’Ercole 2002, 20-26; 147-148.
  95. Elio Aristide, Discorso XXV, 20 (Behr 1981, 62). Il passaggio è commentato da Schnapp 2022, 162-163.
  96. Chantraine 1974, 627; AP X, 1 (epigramma di Leonida, dedica di un navigante a Priapo limenitas); AP VI, 105 (epigramma di Apollodoro, con dedica di un pescatore ad Artemide Limenitis). Sulle epiclesi e funzioni marittime di Artemide cf. anche Fenet 2016, in particolare la sintesi alle pp. 215-217.
  97. Senofonte, Elleniche, 2.4.10-12; su questo episodio Viscardi 2015, 177-181. Cf. anche Fenet 2016, 195-196. Più in generale sul legame tra Artemide e il mare, con particolare riferimento all’Attica, dal santuario del Capo Artemisio ai rituali di Munichia: Ellinger 2009, 22-24 e 63-64.
  98. Viscardi 2015, 183.
  99. Hesychius, s.v.; Chantraine 1974, 627; Bechtel 1921, 208, considera che si tratti di una variazione tessalica dell’uso della parola come “Marktplatz”. A favore di questa interpretazione “regionale” tessalica si può citare anche un passaggio di Galieno, Trasibulo 32, 869 k.
  100. IG IX, 2, 517, l. 42 (Larissa).
  101. Lytle 2016, 109-111.
  102. Per una rassegna e analisi delle fonti sull’ellimenion: Carrara 2014.
  103. Hamon 2019, 87-88; su questa iscrizione si veda anche infra.
  104. Si tratta di Amorgos (Ps.-Scilace, 58.2), di Pepareto e Sciato (ibid. 58, 4).
  105. Senofonte, Anabasi, 6.4; sul fiume Calpas, che scorre tra Calcedone e Eraclea: Strabone 12.3.7.
  106. Si tratta più precisamente dell’istmo che separava la penisola di Metana dalla terraferma: IG IV, 752, Lytle 2016, 119; Carusi 2005.
  107. Polluce, Onomasticon, 9.34.
  108. Nella vastissima letteratura su questa tematica mi limito a citare due opere generali che riprendono diversi aspetti della questione, con un’ampia e documentata bibliografia: Bresson & Rouillard 1993; Gailledrat et al. 2018.
  109. Su questa categoria: Hansen 1997, 87-91; per una lista di tali luoghi, quali Boristene, Kremnoi, Naucrati, Tartesso e ben altri, cf. le p. 88-89.
  110. Sulle radici mercantili – eventualemente anche piratesche – della ricchezza delle élites di Egina, si veda già Figueira 1986, 206-214, modello sostanzialmente accettato da Fischer 2015, 229-237. Conseguenza di tali pratiche economiche sarebbe l’alto numero di schiavi registrato già da Aristotele (Const. Aig., fr. 472 Rose (Ath.VI, 272 d; Figueira 1986, 210-212).
  111. Velissaropoulos 1980, 30-31.
  112. Come ho inteso dimostrare in uno studio recente di cui riprendo qui le linee essenziali: D’Ercole 2023.
  113. Aristofane, Cavalieri, 979.
  114. Lisia, Frammenti, 17.6, Contro Tysis.
  115. Elleniche, 5.1.21 (trad. J. Hatzfeld, Les Belles Lettres 1965: “Bazaar” où il y avait aussi des changeurs et des boutiquiers).
  116. Contro Lacrito, 29.
  117. Demostene, Contro Policle.
  118. Nel linguaggio dei filosofi (Platone), degli storici (Tucidide) e degli oratori (Lisia, Demostene) il verbo logopoieo indica una composizione di discorsi ma anche l’invenzione di false informazioni: Liddell-Scott-Jones 1968, s.v., pp. 1056-1057.
  119. Diodoro Siculo 19.45.2-4; Polibio 5.88.8.
  120. Bresson 2008, 102: IG II2, 1035, I, 47: apo tous deigmatos.
  121. IG II2, 1103 en Peirai stēsate pro tou deigmatos. Sul deigma del Pireo, cf. anche Garland 1987, 86, 154.
  122. Traduzione personale; corsivo mio. Su questo passaggio si veda anche Bresson 2008, 102.
  123. Plutarco, Vita di Demostene, 23.6 (trad. Pecorella Longo 1995, 259).
  124. Villard-Blondé 1991, 202-231; le studiose propongono di identificare il trublion con una forma di coppetta attestata nella ceramica attica a vernice nera, (alta circa 7,5 cm e di un diametro di 16 cm. circa).
  125. Lehmann-Hartleben 1923, 58-65.
  126. Mauro 2019, 29: “identification of ‘double harbours’ can be problematic, since it is not easy to state with absolute certainty when both sides of a head land where used as anchorage or landing areas”.
  127. Mauro 2019, 29. Piu’ in generale sulla questione, ibid., 28-30.
  128. Sul limen kleistos nello Ps. Scilace: Mauro & Gambash 2020.
  129. Mauro & Gambash 2020, 79: ‘The analysis of the 14 cases mentioned by Ps.Skylax as λιμένες κλειστοί seems to reveal a narrow entrance as a common feature.’. Uno dei casi presi in considerazione è proprio quello del “porto chiuso” di Corcira (ibid., p. 80) che viene identificato qui con il porto di Alkinoos.
  130. Mauro & Gambash 2020, 73-76; Mauro 2024, 507-508.
  131. Ps.-Scilace, 98.3; Shipley 2011, 42.
  132. Lehmann-Hartleben 1923, 56-58.
  133. Simossi 1998, 592-595.
  134. Erodoto 3.60. La profondità arrivava a 20 orge. Shipley 2011, 168, sottolinea che il molo di Erodoto è da identificare con il porto “kleistos” dello Psesudo-Scilace (98.3).
  135. Shipley 1987, 76-77.
  136. Shipley 1987, 77, che sottolinea anche l’esistenza di una torre probabilmente legata al circuito murario arcaico (ibid., tav. 12).
  137. Erodoto 3.54.
  138. Come rilevato da Lehmann-Hartleben 1923, 56-58.
  139. Grandjean & Marc 1996, in particolare p. 77; Grandjean 2011. Su Taso, cf. già Lehmann-Hartleben 1923, 59, atribuiva un secondo molo già all’età arcaica.
  140. Ps.-Scilace, 67.1.
  141. Grandjean 2011, 321-325; sulla costruzione dei moli (A-B-C e F-G-H) contemporaneamente al diateichisma all’inizio del V sec. a.C., ibid., 337.
  142. Si veda ora anche Baika 2013a, 544: “the harbour fortifications was an extension of the city wall”.
  143. IG XII, Suppl. 348.
  144. Hamon 2019, 82-88, con la precedente bibliografia. Come nota giustamente lo studioso (p.87) il divieto di oltrepassare i limiti tra i due bacini si comprende unicamente nel caso in cui un tale sconfinamento fosse stato possibile, all’interno quindi della stessa struttura portuale.
  145. Hamon 2019, 87: l’iscrizione, certamente prospiciente il fronte marittimo, è stata ritrovata in reimpiego nella torre medievale situata all’entrata del porto commerciale.
  146. Grandjean & Marc 1996, in particolare p. 77.
  147. Erodoto 6.46.
  148. Secondo l’ipotesi di Grandjean & Marc 1996, 77.
  149. Lehmann-Hartleben 1923, 65. Sui porti che costeggiano un promontorio, Mauro 2019, 30.
  150. Lehmann-Hartleben 1923, 59-60.
  151. Ps.-Scilace, 58.1 (Shipley 2021, 34-35; 67; commento a p. 133).
  152. Lehmann-Hartleben 1923, 61-62.
  153. Ps.-Scilace, 98, 4; Shipley 2011, 42, 74.
  154. Lehmann-Hartleben 1923, 62-63.
  155. Mauro & Gambash 2020, 70.
  156. Ps.-Scilace, 13, 3, Shipley 2011, 25; 56.
  157. Per una sintesi recente: Gerding 2013b, in particolare p. 536-539.
  158. Ps.-Scilace, 53; Shipley 2011, 66 e 130, che situa uno dei due porti presso il tempio di Atena Aphaia.
  159. Pausania 2.29.10.
  160. Welter 1938, 38-41, sostanzialmente ripreso da Gerding 2013a, 285.
  161. Welter 1938, 39, pensa ad una flotta di 60 triremi.
  162. Musti & Torelli 1986, 309-310
  163. Walter 1993, 54-55; 58; ricostruzione a p. 55, tav. 48; un terzo porto, più settentrionale, resta sconosciuto a Pausania.
  164. Knoblauch 1972, osserva che le rive dell’isola sono sottoposte ad un duplice fenomeno di accumulo di detriti costieri e di innalzamento del livello del mare.
  165. Figueira 1986, 190-191.
  166. Il programma Aegina Harbour Project, in corso, co-diretto da K. Baika, J.-C. Sourisseau et P. Kalamara, si propone di studiare le strutture commerciali e militari dell’isola grazie a prospezioni sottomarine e all’elaborazione di una specifica cartografia digitale (WebSIG).
  167. Lehmann-Hartleben 1923, 60.
  168. Ps.-Scilace, 103; Shipley 2011, 44 (Salamina); Ps.-Scilace, 103; Shipley 2011, 44 (Soli). Sulle caratteristiche stagionali dei porti, in particolare dei “porti chiusi”: Mauro & Gambash 2020, 77.
  169. Price 2001, 13: “Thucydides understood stasis to be a phenomenon which would recur in substantially the same form in other time and places, so long as human nature remained the same”. Più generalmente, sugli effetti sociali della stasis, e sul sovvertimento dei valori, comparabile a quello che si verifica durante un’epidemia, cf. ancora Price 2001, 14-22.
  170. Tucidide 3.82, 1: a partire da Corcira, il modello della stasis si diffonde nell’insieme del mondo greco.
  171. Od., 6.262-263: “un muro la cinge, alto e bello ai lati della città s’apre un porto, ma stretta è l’entrata”.
  172. Ps.-Scilace, 29 (Shipley 2011, 29). Sulla difficile collocazione di questo terzo porto, con una solo ipotetica identificazione con il bacino detto Arion: Mauro & Gambash 2020, 64.
  173. Ps.-Scilace, 22.1-2 (Shipley 2011, 27), sulla discendenza dei luoghi illirici da Eracle attraverso il figlio Illo; il porto è menzionato da Tucidide 3.72.3. Più in generale sulle atttestazioni del culto e della leggenda di Eracle in Adriatico: D’Ercole 2022.
  174. Su questo episodio significativo della guerra peloponnesiaca si veda ora l’analisi di Psoma 2022, 191-215, con il dettaglio dei successivi eventi e fasi del conflitto intermo.
  175. Tucidide 3.81.2-3.
  176. Tucidide 3.81.2; si vedano la traduzione e commento di Donini 1982, 528-530.
  177. Tucidide 3.72.3.
  178. Schol. Dion. Per. 492.
  179. Donini 1982, 531, nota 72, 1: “sembra che l’acropoli fosse la piccola penisola (ora isola) a est della parte principale della città; le “parti alte” sarebbero le alture di questa.
  180. Donini 1982, 530, nota 2.
  181. Donini 1982, 530, nota 3.
  182. Baika 2013b, 320-321; Psoma 2022, 202, nota 84.
  183. Smith 1965, 131, note 2-3. Psoma 2022, 202, nota 84; Baika 2013b, 321, sulla configurazione del porto di Alcinoo.
  184. Gomme 1979, 370-371.
  185. Tucidide 3.74.2 (trad. Donini 1982, 531).
  186. Tucidide 3.82.1-4.
  187. Price 2001; Intrieri 2002, 96. Sulla stasis corcirese del 427 e su quella del 411, Intrieri 2015, in particolare p. 57-59.
  188. Tucidide 3.72.1; Donini 1982, 530-531.
  189. Sul numero degli schiavi a Corcira: Xen., Hell., 6.2.6, passim; Intrieri 2002, 98. Sulla battaglia delle isole Sibota, Thuc. 1.5.1.
  190. Tucidide 3.74 3.1; Donini 1982, 530-531.
  191. Intrieri 2002, 102.
  192. Intrieri 2002, 101.
  193. Price 2001, 71.
ISBN html : 978-2-35613-660-2
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EAN html : 9782356136602
ISBN html : 978-2-35613-660-2
ISBN pdf : 978-2-35613-661-9
Volume : 5
ISSN : 3040-3065
Posté le 19/06/2026
19 p.
Code CLIL : 4117
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Comment citer

D’Ercole, Maria Cecilia, “I porti, territori multipli della Grecia arcaica e classica: alcune note”, in : De Vido, S, Esposito, A., Pollini, A., Weber-Pallez, C., éd., Territoires multiples. Espaces, définitions, expériences dans le monde grec : VIIe-Ier siècle a.C. (TeMAES I), Pessac, Ausonius Éditions, collection NEMESIS 5, 2026, 35-54, [URL] https://una-editions.fr/i-porti-territori-multipli-della-grecia-arcaica-e-classica
Illustration de couverture • “Carte de la Grèce et d'une partie de ses colonies”, in : Abbé Barthélémy, Voyage du jeune Anacharsis en Grèce, gravé par Ambroise Tardieu, 1821 (© www.mediterranees.net).
Vue d'Argos depuis l'Héraion d'Argos (© C. Weber-Pallez)
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