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Così come sottolineato all’inizio di questo lavoro, lo studio qui proposto ha avuto l’obiettivo di analizzare i processi di costruzione del cosiddetto Foro Provinciale di Tarraco, nel tentativo di comprendere lo sviluppo di un cantiere edilizio complesso che si protrasse per almeno un secolo.

L’analisi delle tecniche e dei processi costruttivi nel mondo antico ha di recente attirato con maggior vigore l’interesse di numerosi studiosi. Purtroppo, forse l’eccessiva pretesa di specializzazione di alcuni lavori, ha spesso ridotto la materia di studio a una mera classificazione tipologica o a una definizione cronologica dei modi di costruire, svuotando completamente di significato un approccio alla comprensione dell’edificio antico inteso, come da una un’eloquente definizione di C.F. Giuliani, come “una specie di organismo vivente”1, dinamico nello spazio e nel tempo.

Ed è proprio tale concetto ciò che emerge dall’analisi dei tre spazi architettonici della parte alta di Tarraco, una costruzione in continua evoluzione che si modifica e si adatta costantemente a condizionamenti esterni o dettati dalle stesse necessità del cantiere. Un processo denso di ripensamenti, indice evidente di una progettazione in divenire, che manifesta l’essenza stessa del cantiere e dell’architettura, riflesso del progredire dell’idea progettuale.

Ed è questa dinamicità, unita purtroppo a una stratigrafia priva di elementi datanti, a rendere ancor più arduo l’inquadramento cronologico delle varie fasi del monumento. Nella terrazza superiore l’attestazione di una trincea di fondazione che non presenta strutture a essa associate, lascia ancora aperto il dibattito sull’esistenza di un primo recinto sacro poi smantellato o sulla presenza di una modifica di progetto in corso d’opera. Determinante nel definire l’aspetto architettonico del monumento doveva essere stata poi l’introduzione della sala assiale, frutto di un’evoluzione del progetto e certamente ispirata al modello del Forum Pacis a Roma. Nonostante l’esplicito riferimento, nel caso tarragonese la percezione visiva che questa grande aula conferiva al recinto di culto doveva risultare comunque differente dall’esempio dell’Urbs. Il già esistente edificio templare al centro della piazza, posto sull’asse visivo passante per l’accesso centrale alla terrazza, occultava la sala axial costituendo il punto focale della prospettiva architettonica.

Ma l’evoluzione del progetto costruttivo emerge anche in altri settori del monumento, come ad esempio in quello cosiddetto della Torre del Pretori/Volta Llarga. In questa zona dalla complessa stratigrafia architettonica, seppur nell’ambito di una cronologia relativa, si attestano strutture previe alla realizzazione della “torre di comunicazione”e del muro di terrazzamento del Foro Provinciale. Ma è nello stesso progetto del monumento di epoca imperiale che il complesso di ambienti coperti a botte della Volta Llarga subirà numerose modifiche in corso d’opera, giungendo nella fase finale anche a una ripianificazione dei sistemi di accesso alla “torre” dal circo.

L’organizzazione del cantiere e le scelte edilizie del complesso monumentale furono certamente influenzate dalle caratteristiche orografiche della parte più alta della colonia, appositamente scelta per le sue insite doti scenografiche e rappresentative. Un contesto topografico che impose un ingente impegno nella preparazione del terreno e nell’adattare le strutture non solo all’ambiente naturale ma anche a quello antropico preesistente. I lavori di sbancamento della roccia nel lato settentrionale e occidentale del Recinto di Culto, ma anche in parte del braccio nord e ovest della Piazza di Rappresentazione, comportarono importanti lavori di regolarizzazione del terreno roccioso. Proprio relativamente a questa zona della terrazza intermedia, l’analisi attenta e un’osservazione diretta delle strutture hanno permesso di rilevare un dato parzialmente già noto alla bibliografia sul Foro Provinciale, ovvero l’assenza di una galleria sostruttiva nell’area nord-ovest della piazza. Purtroppo nella restituzione in pianta questa zona finora aveva continuato a essere ricostruita in maniera speculare al settore opposto dello spazio architettonico, perpetuando quello che è un errore presente in tutte le pubblicazioni sull’argomento.

Ma l’analisi delle strutture ha permesso anche di discutere tematiche che ormai da decenni focalizzano i dibatti scientifici sul monumento. Prima tra tutte la questione relativa alla conformazione architettonica della piazza intermedia, in particolare sulla presenza o meno di un portico colonnato, un argomento che resta ancora oggi uno dei principali oggetti di discussione sul Foro Provinciale. I dati, di fatto, continuano a essere discordanti, motivo per cui l’evidenza archeologica deve continuare a essere osservata, analizzata e soprattutto essere oggetto di confronto scientifico, unica via per poter aggiungere elementi e tasselli sempre nuovi che permettano di giungere a un’ipotesi plausibile e che si avvicini il più possibile alla realtà edilizia antica.

Dal punto di vista costruttivo, l’architettura del foro tarragonese risulta inevitabilmente influenzata, come d’altra parte spesso accade, dalle risorse di materiali locali di ottima qualità, che si trovano nelle immediate vicinanze della città. Tale fattore indissolubilmente connesso alla presenza di maestranze avvezze alla lavorazione e all’uso della pietra calcarea, sfocia nel consolidare una cultura costruttiva che con il Foro Provinciale giunge al suo massimo grado di espressione nella colonia romana.

L’inusuale sistema di copertura piattabanda/architrave delle finestre del recinto superiore, invertito rispetto alla normale funzione strutturale dei due elementi, attesta una soluzione che, più che riflettere ragioni di tipo statico, sembra manifestare una sorta di volontà di sperimentazione da parte dei costruttori, esperti nell’utilizzo del materiale lapideo. Con ciò non si vuole certo affermare che le forme edilizie del foro tarragonese siano frutto di un’architettura sperimentale, al contrario risultano spesso imprigionate nella monotonia imposta dalla rigidità della tecnica in blocchi. Tuttavia, le maestranze si mostrano esperte e in grado di assoggettare l’elemento lapideo all’architettura del monumento. Lo stesso si rileva nell’uso di piattabande litiche e sistemi di copertura per aperture di accesso nella terrazza intermedia, dove la sovrapposizione di elementi strutturali distinti e la rilavorazione di pezzi ad hoc mette in evidenza l’elevata capacità e la dimestichezza nell’utilizzo della pietra calcarea per risolvere problemi statici specifici.

Ma proprio questo stretto legame che vincola il monumento ai materiali di costruzione, e in questo caso soprattutto alla pietra calcarea, con una relazione intima e bilaterale che implica un dialogo costante, ha imposto necessariamente di volgere parte di questa ricerca anche ai siti estrattivi locali.

L’analisi del deposito di blocchi rinvenuto nella zona di accesso alla cava romana di El Mèdol, con l’eccezionale gruppo di marchi e iscrizioni di cava, ha permesso di mettere in diretta relazione il sito di estrazione con quello di costruzione. La grande quantità di sigle e iscrizioni, rinvenute tanto in cava come nel monumento, hanno messo in luce un sistema articolato di gestione dei materiali sin dalle fasi di estrazione, contribuendo in maniera significativa alla nostra conoscenza sull’organizzazione di parte delle attività lavorative presso il sito estrattivo in epoca romana. Si tratta inoltre di testimonianze che solo raramente si conservano e giungono fino a noi, soprattutto su pietra di minor prestigio, circostanza che li rende ancor di più documenti unici ed eccezionali.

In particolare le iscrizioni dipinte, contenenti date calendariali, sono state interpretate come annotazioni effimere riconducibili al calcolo per il salario della manodopera incaricata dell’estrazione. Non è comunque da scartare l’ipotesi che l’annotazione del lavoro giornaliero fosse anche utile a controllare il procedere delle attività rispetto ai tempi previsti, così come a calcolare i tempi trascorsi da quando la pietra era stata estratta e il conseguente periodo in cui veniva lasciata a riposo. Per ciò che riguarda le sigle incise, alcune semplici composte da un unico carattere, altre più complesse, è possibile pensare al riferimento al nome del responsabile o comunque a un identificativo di un gruppo di quadratarii. L’attribuzione di sigle alle varie squadre sarebbe potuto avvenire all’inizio delle attività, a opera dell’architetto o del redemptor, responsabili generali dei lavori. Anche in questo caso l’uso di una terminologia abbreviata sarebbe potuto essere finalizzato alla quantificazione del materiale estratto o comunque a un controllo dei vari gruppi che contemporaneamente lavoravano presso il sito estrattivo. Una ipotesi interessante è quella proposta da J.-C. Bessac2 a proposito della cava di Bois des Lens nei pressi di Nîmes secondo cui i marchi che identificavano una équipe di lavoro potevano anche essere utili alla realizzazione di reclami nel caso in cui i blocchi, nonostante controlli previi già effettuati, non avessero presentato lo stato ottimale per essere impiegati nella costruzione. In questa situazione ci si sarebbe potuti rivolgere agevolmente al capo squadra.

Per concludere si vuole insistere ancora una volta sull’unicità del monumento tarragonese, tre grandi spazi ben distinti eppure organici dal punto di vista semantico. Si tratta di un monumento di cui tuttora risulta difficile trovare una determinazione terminologica univoca, a dimostrazione della sua originalità. Ovviamente i riferimenti ai modelli dell’Urbs sono presenti, anzi ricercati e inevitabili in un monumento dedito alla celebrazione imperiale e attraverso questa all’affermazione e riconoscimento delle élites cittadine. Spesso si sono volute leggere le affinità con l’architettura terrazzata dei santuari di epoca ellenistica o con quelli di epoca tardo-repubblicana di ambito italico. E certamente il Foro Provinciale di Tarragona si presenta come una realtà fortemente caratterizzante nel panorama urbano, ergendosi nella parte più alta, visibile già a chi si avvicinava alla città dal mare.

Ma a differenza dell’architettura di epoca ellenistica, volta alla rappresentazione del paesaggio, alla risoluzione del rapporto tra natura e architettura, che si traduce in una consapevole definizione del paesaggio attraverso la costruzione, il foro tarragonese costituisce un’architettura chiusa in sé stessa in cui solo dall’interno è possibile comprenderne gli elementi di natura percettiva e simbolica volti a esaltare la sacralità del potere imperiale.

Notes

  1. Giuliani 2006, 249.
  2. Bessac 1996, 296.
ISBN html : 978-2-38149-006-9
Posté le 30/08/2020
EAN html : 9782381490069
ISBN html : 978-2-38149-006-9
Publié le 30/08/2020
ISBN livre papier : 978-2-35613-358-8
ISBN pdf : 978-2-35613-357-1
ISSN : 2741-1508
3 p.
Code CLIL : 4117 ; 3385
http://dx.doi.org/10.46608/DANA2.9782381490069.10
licence CC by SA

Comment citer

Vinci, Maria Serena, “Conclusioni”, in : Vinci, Maria Serena, Il “Foro Provinciale” di Tarraco (Hispania Citerior): tecniche e processi edilizi, Pessac, Ausonius éditions, collection DAN@ 2, 2020, p. 185-188, [En ligne] https://una-editions.fr/conclusioni/ [consulté le 7 septembre 2020].

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