Capitolo 5
Considerazioni sul processo di costruzione

par

L’approvvigionamento dei materiali lapidei locali

Il territorio che circonda la città di Tarraco non è noto per essere particolarmente ricco di pietre ornamentali. Tuttavia, la disponibilità di buone risorse lapidee per la costruzione ha certamente influenzato la tradizione costruttiva e l’architettura della città. Lo sfruttamento della pietra locale, per le sue caratteristiche di duttilità al taglio e facile reperibilità nei territori limitrofi a Tarraco, ha difatti improntato la produzione edilizia di questa zona nel corso dei secoli fino a età odierna.

La biocalcarenite di origine miocenica presente nel territorio tarragonese, impiegata già nelle mura urbiche di epoca tardo-repubblicana e nella decorazione architettonica degli edifici della “parte bassa” della città, è ampiamente sfruttata per la costruzione del complesso provinciale della “parte alta”. A essere utilizzate sono, in particolar modo, le varietà del cosiddetto soldó o saldó1 e la pietra di El Mèdol, essendo quest’ultima il materiale costruttivo per eccellenza impiegato all’interno del monumento. Le due pietre differiscono principalmente per la quantità di componenti bioclastici contenuti, quindi, sebbene l’aspetto sia molto simile, la porosità e compattezza variano in maniera significativa2.

Tra i materiali locali più pregiati spicca l’uso del cosiddetto marmo di Tarraco o pietra di Santa Tecla in associazione al llisós, quest’ultimo ampiamente utilizzato come materiale da costruzione oltre che per funzioni puramente ornamentali.

La pietra di El Mèdol

Il sito principale che rifornì la città della pietra di El Mèdol, quantomeno per la costruzione di opere pubbliche, fu la cava dall’omonima denominazione situata a circa 9 km a nord-est della città (fig. 143). La pietra estratta si caratterizza per la presenza di numerosi fossili visibili anche a occhio nudo, dal colore giallo tendente al dorato3. Si tratta di un materiale dall’estrazione e lavorazione abbastanza semplice, nonostante sia resistente, due caratteristiche che rendono questa pietra ottima per la costruzione.

Ubicazione della cava di El Mèdol e delle cave di pietra di Santa Tecla.
143. Ubicazione della cava di El Mèdol e delle cave di pietra di Santa Tecla.

La cava, sfruttata a cielo aperto, risulta indubbiamente eccezionale per il suo stato di conservazione: ancora ben visibili sono le tracce di sfruttamento in antico, i segni di strumenti impiegati per le attività estrattive o impronte in negativo di blocchi estratti.

Fino a pochi anni fa la mancanza di indagini archeologiche, aveva precluso la conoscenza di riferimenti cronologici relativi allo sfruttamento in antico della cava, nonché a dati sull’organizzazione delle attività di estrazione e del funzionamento di alcuni dei suoi settori. Ad oggi sono stati individuati sei punti estrattivi4, di cui il principale è il cosiddetto Clot (fig. 144). Proprio in relazione a questo settore, durante l’ultima campagna di scavi5 è stata individuata una rampa di accesso, composta da residui di lavorazione e associata a un muro di contenimento6. In relazione alla rampa è stata poi documentata un’area interpretata come una piccola zona di controllo coperta7, addossata alla parete rocciosa8. I materiali rinvenuti, seppur in scarsa quantità, all’interno degli strati superiori, hanno restituito una datazione alla metà del I secolo d.C.9.

Planimetria generale della cava di El Mèdol.
144. Planimetria generale della cava di El Mèdol (López & Gutiérrez Garcia-M. 2016, 178, fig. 1).

L’immagine certamente più nota dell’intero sito estrattivo è la cosiddetta Agulla10 (fig. 145): una sorta di pilastro alto circa m 20, sito all’interno del sopracitato settore del Clot, risparmiato volontariamente e che permette di ricostruire la quota originaria della roccia al principio dell’attività estrattiva. Le operazioni archeologiche realizzate proprio alla base di tale pilastro hanno permesso di rinvenire tracce di carbone, le cui analisi al carbonio 14 hanno fornito una cronologia di età augustea (27 a.C.- 19 d.C.), mettendo in evidenza come questa vasta area fosse stata sfruttata forse già da epoca repubblicana o tardo-repubblicana11.

Cava di El Mèdol, la cosiddetta “Agulla” nel settore del Clot.
145. Cava di El Mèdol, la cosiddetta “Agulla” nel settore del Clot.

La prima fase monumentale della Tarraco di epoca romana risale, difatti, a età repubblicana, sebbene con riferimento a questo momento della città non vi sia praticamente alcuna testimonianza archeologica relazionata a un’attività costruttiva nella cosiddetta “parte alta”. Almeno a partire dalla metà del II secolo a.C., la colonia si sviluppa attorno a un duplice centro monumentale, adattandosi alle naturali condizioni orografiche della collina. Un primo sfruttamento massiccio del sito estrattivo di El Mèdol potrebbe far riferimento proprio a questo momento dell’attività costruttiva, quando si realizzano principalmente due grandi opere edilizie: l’ampliamento delle mura urbiche che nella loro seconda fase di costruzione, tra il 150 e il 125 a.C., arrivarono a includere la “parte alta” e la “parte bassa” della città fino alla zona portuaria12, e la realizzazione del primo complesso monumentale della città, il complesso civico denominato Foro della Colonia13. Sarà poi a partire da epoca augustea14 e per tutto il I secolo che l’attività costruttiva di Tarraco si svilupperà in maniera importante. La città raggiungerà il suo apice, unitariamente a uno sfruttamento massivo della cava di El Mèdol15, con la realizzazione del Foro Provinciale che modificherà completamente il panorama urbanistico e architettonico della capitale della Provincia Hispania Citerior.

Ulteriori dati sul funzionamento e la possibile struttura organizzativa della cava di pietra da costruzione per eccellenza di Tarragona, provengono da un importantissimo ritrovamento effettuato durante un intervento archeologico svoltosi a più riprese tra il 2007 e il 2009, in occasione dei lavori per la costruzione dell’autostrada AP-7 e della strada nazionale N-34016. Si tratta di un accumulo di blocchi accatastati in antico che raggiungeva l’altezza di circa m 10 al di sopra del piano roccioso, composto da un totale di circa 6.000 pezzi (fig. 146).

Cava di El Mèdol; a. deposito di blocchi durante gli scavi archeologici condotti tra il 2008 e il 2009; b. situazione attuale di parte dei blocchi.
146. Cava di El Mèdol; a. deposito di blocchi durante gli scavi archeologici condotti tra il 2008 e il 2009 (foto CODEX); b. situazione attuale di parte dei blocchi.

L’accumulo di blocchi è stato rinvenuto in un’area antistante l’entrata della cava di El Mèdol, esterna al sito di estrazione vero e proprio, sebbene poi i pezzi furono spostati, a seguito dei lavori, in un settore contiguo (fig. 147). Purtroppo la zona in questione risulta pesantemente compromessa dalla viabilità moderna, circostanza che rende praticamente impossibile ricostruire l’immagine antica del sito nella sua totalità. Appare difficile stabilire quindi se in passato questa zona, ora esterna alla cava, costituisse un’area a essa funzionale. In occasione dei lavori di viabilità l’accumulo fu scoperto e parzialmente documentato, attestando al suo interno 77 blocchi recanti marchi di cava: 58 sono sigle incise e 19 iscrizioni sono dipinte, di cui 16 in rosso e 3 tracciate a carbone. Il materiale archeologico rinvenuto è purtroppo estremamente sporadico. Tuttavia, sono stati documentati alcuni frammenti di terra sigillata africana e una moneta di epoca tiberiana17 sfortunatamente non ricollegabili al proprio strato di rinvenimento a causa dell’assenza di una precisa documentazione di scavo. La formazione del cumulo non sembra comunque risalire a un unico momento, in quanto al suo interno sono stati individuati almeno tre strati di compattazione in cui si distinguono frammenti e schegge di lavoro18.

Area di rinvenimento del deposito di blocchi.
147. Area di rinvenimento del deposito di blocchi.

I blocchi, che non sono integri nella loro forma parallelepipeda19, sono stati interpretati come elementi di scarto, abbandonati dopo l’estrazione probabilmente perché difettosi. Difatti alcuni dei pezzi presentano fratture naturali, un elemento che induce a pensare che fosse stato proprio questo il motivo dell’abbandono (fig. 148).

Vista generale di alcuni dei blocchi provenienti dall’accumulo che non si conservano integri e blocchi con fratture naturali.
148. Vista generale di alcuni dei blocchi provenienti dall’accumulo che non si conservano integri e blocchi con fratture naturali.

I blocchi sembrano essere, nella maggior parte dei casi, grossolanamente squadrati con due delle facce completamente irregolari: quella inferiore e quella superiore, identificabili rispettivamente con la superficie di distacco del pezzo appena cavato e con quella del blocco precedentemente estratto. Il processo di estrazione avveniva infatti per pareti verticali (fig. 149), con conseguente formazione di terrazze che restano ancora visibili in alcuni punti della cava in cui il lavoro si è interrotto prima dell’esaurimento completo del fronte20. La delimitazione di ogni blocco con l’apertura di due/tre trincee è allo stesso modo testimoniata tanto da tracce presenti in cava, come da solchi documentati su alcuni dei blocchi scartati21 (fig. 150). I solchi lasciati dal piccone sulla superficie del blocco sottostante a quello estratto, sarebbero poi stati eliminati una volta iniziato il processo di sbozzatura. La presenza di tracce da piccone sui blocchi che compongono l’accumulo di scarti confermerebbe che questa fase finale del processo di lavorazione, che prevedeva la sbozzatura appunto, non era stata terminata o neanche iniziata. Tuttavia, rispetto ai blocchi appena descritti alcuni sembrano presentare un primo stadio di lavorazione. Alcune delle facce, sebbene completamente irregolari22, presentano uno o due bordi lavorati a scalpello (fig. 151a). Una volta terminata la scalpellatura di tutti i bordi il pezzo sarebbe stato lasciato a bugnato, oppure il quadratarius avrebbe eliminato il materiale in eccesso e reso liscia la superficie23. Due blocchi invece, gli unici su cui si attesta un’iscrizione dipinta disposta su due linee, appaiono ben squadrati e presentano tracce di lavorazione a scalpello su tutta la faccia che costituisce il supporto dei testi dipinti. La distribuzione delle tracce di scalpello permette di ricostruire i movimenti eseguiti dal lapicida durante l’uso dello strumento (fig. 151b).

Cava di El Mèdol, evidenze di strumenti di lavoro e tracce in negativo dell’estrazione di blocchi su un fronte di cava.
149. Cava di El Mèdol, evidenze di strumenti di lavoro e tracce in negativo dell’estrazione di blocchi su un fronte di cava.
a. Cava di El Mèdol, blocchi abbandonati durante il processo estrattivo; b. tracce di piccone sulla superficie del blocco; c. disegno ricostruttivo del lavoro del quadratarius nell’apertura di una trincea.
150.a. Cava di El Mèdol, blocchi abbandonati durante il processo estrattivo (López & Gutiérrez Garcia-M. 2016, 183, fig. 4); b. tracce di piccone sulla superficie del blocco; c. disegno ricostruttivo del lavoro del quadratarius nell’apertura di una trincea (Bessac 1996, 211, figg. 131-132).
Blocco con bordo lavorato a scalpello; b. blocco con superficie regolarizzata a scalpello.
151.a. Blocco con bordo lavorato a scalpello; b. blocco con superficie regolarizzata a scalpello.

In base a quanto detto, quindi, l’area prescelta per il deposito di blocchi farebbe riferimento a un’area esterna alla zona di estrazione in cui venivano abbandonati i pezzi che per vari motivi non presentavano condizioni ottimali per giungere al cantiere di costruzione. Il momento dello scarto potrebbe essere avvenuto immediatamente dopo l’estrazione o nelle prime fasi di lavorazione quando il quadratarius, iniziato il lavoro di sbozzatura del pezzo, si sarebbe reso conto dell’esistenza di problemi strutturali al suo interno. La zona costituirebbe, in realtà, anche una sorta di area di prima lavorazione, ipotesi giustificata tanto da blocchi a uno stadio di modellazione appena iniziato, come dalla presenza di frammenti e schegge di lavoro rinvenute all’interno del deposito.

La cosiddetta pietra di Santa Tecla e il llisós

Tra i materiali non importati che trovarono largo impiego nella realizzazione del Foro Provinciale, seppur con finalità funzionali e strutturali differenti rispetto alla pietra di El Mèdol, sono le calcareniti cretacee considerate vere e proprie rocce ornamentali24. Si tratta della cosiddetta pietra di Santa Tecla e del llisós, entrambe provenienti dalle stesse aree estrattive. Le cave si localizzano nel territorio di Tarraco in direzione nord-est tra l’eremo di Nuestra Señora de Loreto, conosciuta come Llorito e l’eremo di Nuestra Señora de la Salud (fig. 143).

In particolare la pietra di Santa Tecla è un materiale dalla colorazione tendente prevalentemente al giallo, con venature bianche e occasionalmente rossastre dovute alla presenza di ossido di ferro. Esistono comunque altre varietà che possono racchiudere una gamma di colori che va dal grigio al rosato. Risulta interessante sottolineare come esistano materiali, sia importati che locali25, che per colorazione e aspetto macroscopico possono essere confusi con la pietra di Santa Tecla che, proprio per tale ragione, fu impiegata anche come loro sostituto. L’uso in epoca romana è predominante nella produzione di sarcofagi e di monumenti epigrafici come altari, piedistalli, stele etc. Risulta comunque largamente impiegata anche per la realizzazione di elementi decorativi, come lastre di rivestimento, basi, cornici, architravi, con motivi non troppo elaborati data la difficoltà che questa pietra presenta nella lavorazione26. Nel Foro Provinciale si trova impiegata nella realizzazione di scalinate27, come soglia nelle aperture di accesso28 o nella fattura di pavimenti in grandi lastre29. Un materiale molto simile alla pietra di Santa Tecla è il llisós, una calcarenite micritica dal colore che va dal grigio scuro al nero con numerose venature bianche, una roccia dalla brillantezza accentuata soprattutto se recentemente tagliata30. Tradizionalmente considerato di minor valore, il suo sfruttamento è strettamente connesso a quello della pietra di Santa Tecla, così come il suo impiego. L’unica differenza realmente rilevante tra i due materiali si riferisce alla rispettiva area di distribuzione. Se l’utilizzo del llisós si attesta principalmente a Tarraco e nei suoi immediati dintorni31, il marmo tarragonese giunge a rifornire gran parte del settore nord-orientale del conventus Tarraconensis e parte del conventus Caesaragustanus32. Nel Foro Provinciale, seppur in assenza di specifiche analisi archeometriche, si ritiene che sia il llisós a essere impiegato come materiale costruttivo, in cortine di rivestimento di strutture in calcestruzzo o come caementa o schegge di lavorazione incluse nel conglomerato. Difatti, come spesso accade, per pregiato che possa essere considerato un materiale, quando viene impiegato in zone limitrofe alla cava di estrazione, se ne fa un uso con finalità più diversificate33.

Notae lapicidinarum: alcuni aspetti sull’organizzazione del lavoro, tra cava e monumento

All’interno del monumento tarragonese è stato rinvenuto un certo numero di notae lapicidinarum34 ascrivibili principalmente a due zone del monumento, peraltro tra loro contigue: la Torre del Pretori e il settore nord-orientale del circo (fig. 152). La circoscritta area dei rinvenimenti costituisce un elemento quantomeno indicativo, sebbene non sia possibile escludere a priori che possa aver inciso lo stato di conservazione dei resti che in questo settore sono ben preservati.

Zone del Foro Provinciale in cui sono state rinvenute notae lapicidinarum.
152. Zone del Foro Provinciale in cui sono state rinvenute notae lapicidinarum.

Sui blocchi in pietra calcarea della Torre del Pretori si documentano un totale di 27 sigle35 incise, eseguite a subbia o a scalpello e dal carattere certamente estemporaneo (fig. 152a). Si tratta di marchi composti da uno, due o al massimo tre caratteri, da identificarsi come lettere alfabetiche o numeriche (M, IV, VR, TIR; fig. 153). La distribuzione delle sigle all’interno del monumento sembra non seguire una specifica logica, motivo per cui sin da un primo momento è stata scartata l’ipotesi che potessero fare riferimento a elementi utili alle fasi di costruzione36.

Sigla VR e M rinvenute presso la Torre del Pretori.
153. Sigla VR e M rinvenute presso la Torre del Pretori.

Al di sotto della Torre del Pretori, sul muro in opus quadratum previo alla costruzione dell’edificio turriforme e che corre parallelo alla Volta Llarga, si attestano due sigle incise sul paramento orientale della struttura. Si tratta di due marchi composti da due lettere capitali per la cui lettura si propone AR37 e TR↓38 o TRI (figg. 152b; 154).

Marchi di cava TR↓ o TRI e AR rinvenuti nella zona della cosiddetta Volta Llarga.
154. Marchi di cava TR↓ o TRI e AR rinvenuti nella zona della cosiddetta Volta Llarga.

Nel settore nord-orientale del circo si rinvengono allo stesso modo blocchi incisi con lettere alfabetiche o numeriche (figg. 152c; 155). Su due blocchi di fondazione della zona est del settore settentrionale del podio del circo si leggono il numerale XXXII e la lettera A, possibilmente accompagnata da un altro segno non più identificabile. Altre sigle incise composte da un unico carattere sono state documentate su blocchi erratici anche durante i lavori per la sistemazione e valorizzazione del settore orientale dell’edificio circense39.

Marchi di cava rinvenuti presso il C/Trinquet Vell.
155. Marchi di cava rinvenuti presso il C/Trinquet Vell (Díaz & Roig 2014, 83, fig. 87; 113, fig. 121).

In base a quanto detto, si tratta dunque in tutti gli esempi di sigle brevi, che nella maggior parte dei casi potrebbero essere interpretate come semplici numerali (M, D, V, IV, XXXII), mentre in altri sembra trattarsi, come si vedrà di seguito, di sigle per così dire più complesse.

Si è fatto menzione, a proposito delle cave di estrazione di materiali locali (vd. infra), del rinvenimento, all’interno del deposito di blocchi che è stato documentato nei pressi della cava di El Mèdol, di 77 marchi epigrafici: 58 incisi e 19 dipinti.

Per ciò che riguarda i 58 marchi incisi, questi sembrano presentare la stessa tipologia di quelli rinvenuti presso la Torre del Pretori, ovvero semplici numerali (tra cui: A, H, +; fig. 156) e marchi che potrebbero fare riferimento all’uso di una terminologia abbreviata (tra cui: TIR, FLA, BVCOLI, CLONI, CIL, fig. 157). Alcuni, inoltre, menzionano esattamente lo stesso contenuto (si veda: VR, M, D, V), tra cui il marchio TIR/TRI, che si attesta su sette blocchi nel monumento e su uno rinvenuto presso la cava (fig. 158). Purtroppo elaborare una proposta di scioglimento risulta compito arduo. In alcuni casi si potrebbe trattare di antroponimi, difatti G. Älfoldy40 aveva avanzato la proposta di lettura di TIR con il cognomen Tir(o)41, identificando il personaggio come un magister cohortis lapicidarum, ovvero un possibile responsabile di un gruppo di lavoro o di alcune delle operazioni da svolgersi in cava. Risulta interessante notare come uno dei marchi (TR↓ o TRI, figg. 154; 88 n. 1) sia inciso sul paramento di una struttura previa alla costruzione della Torre del Pretori, relativamente alla quale non si dispone di una cronologia assoluta, ma che potrebbe essere inquadrabile nel corso delle prime fasi di monumentalizzazione della parte alta della città, in epoca augusteo-tiberiana, come sembra dimostrare un pavimento associato a questi resti42. Ci si potrebbe chiedere se i restanti blocchi su cui appare la sigla TIR fossero reimpiegati da strutture previe presenti in questa zona in cui effettivamente esistono costruzioni riutilizzate e parzialmente smantellate a seguito della realizzazione del Foro Provinciale. Si tratta tuttavia di riflessioni che conducono in maniera eccessivamente rischiosa all’interno del campo dell’ipotesi e della suggestione.

Marchi di cava composti da un unico carattere documentati presso la cava di El Mèdol.
156. Marchi di cava composti da un unico carattere documentati presso la cava di El Mèdol.
Marchi di cava documentati presso la cava di El Mèdol.
157. Marchi di cava documentati presso la cava di El Mèdol.
Marchi di cava con sigla TIR attestati presso la Torre del Pretori (a-b-c) e la cava di El Mèdol (c).
158. Marchi di cava con sigla TIR attestati presso la Torre del Pretori (a-b-c) e la cava di El Mèdol (c).

Per ciò che riguarda la lettura di questi marchi, al momento, la teoria più verosimile sembra essere che si tratti di sigle abbreviate che fanno riferimento ad antroponomi, forse nomi di responsabili di gruppi di lavoro o di alcune delle operazioni da svolgersi in cava, tramite i quali tali attività erano identificate. Anche per ciò che concerne i marchi che constano di un unico carattere risulta problematico proporre un’interpretazione esaustiva. Nel caso di numerali, questi potrebbero far riferimento al conteggio del materiale estratto, sebbene non si esclude la possibilità che caratteri sia numerici che alfabetici possano indicare settori o forse più verosimilmente fronti di cava. Si rileva a questo proposito che nella cava tarragonese, come nella grande maggioranza di siti estrattivi di materiali da costruzione43, non si attesta la nota terminologia impiegata soprattutto nei distretti marmoriferi di proprietà imperiale per indicare la suddivisione topografica della cava, come locus o bracchium. Si potrebbe pensare che questi settori fossero identificati semplicemente per mezzo di lettere o numeri assegnati al principio dell’attività di estrazione di ogni area.

Una trattazione specifica meritano anche le iscrizioni dipinte, un rivenimento senza dubbio eccezionale. Sebbene l’uso di segni epigrafici dipinti fosse ampiamente diffuso nel mondo antico44, la natura effimera di tali iscrizioni, tanto nella funzione come nel materiale in cui si realizzano, fa sì che i rinvenimenti siano estremamente rari e che, quando sopravvivono tracce dipinte, queste siano spesso in cattivo stato di conservazione, soprattutto su materiali di scarso pregio.

Le iscrizioni dipinte (sia in rosso che a carbone) provenienti dalla cava tarragonese45 consistono in poche lettere capitali realizzate con ductus irregolare, tratti veloci eseguiti senza particolare cura. A partire dall’osservazione di elementi comuni a quasi tutte le iscrizioni rinvenute, ovvero numerali associati alla presenza della lettera K o del binomio ID (figg. 159, 161), queste sono state interpretate come date espresse con il calendario romano segnando i giorni mancanti (compreso quello di partenza e quello finale) alla successiva festività mensile (K = Kalendae, NON = Nonae, ID = Idus). La maggior parte delle iscrizioni dipinte in rosso contiene il riferimento alle kalendae di un mese imprecisato (fig. 159), così come avviene per i tre marchi tracciati a carbone (fig. 160), in cui il numerale è sempre associato alla lettera K. Solo in una delle iscrizioni dipinte in rosso, in cui non appare l’indicazione del mese, il numerale non è seguito dal riferimento alle kalendae bensì alle idi (fig. 161). Per le restanti iscrizioni è stato possibile proporre la lettura del mese e quindi di una data esatta (fig. 162), seppur priva dell’anno.

Iscrizione dipinta dalla cava di El Mèdol con riferimento alle Kalendae.
159. Iscrizione dipinta dalla cava di El Mèdol con riferimento alle Kalendae.
Iscrizione tracciata a carbone dalla cava di El Mèdol con riferimento alle Kalendae.
160. Iscrizione tracciata a carbone dalla cava di El Mèdol con riferimento alle Kalendae.
Iscrizione dipinta dalla cava di El Mèdol con riferimento alle Idus.
161. Iscrizione dipinta dalla cava di El Mèdol con riferimento alle Idus.
Iscrizione dipinta dalla cava di El Mèdol con menzione alle Nonae e al mese di aprile.
162. Iscrizione dipinta dalla cava di El Mèdol con menzione alle Nonae e al mese di aprile.

Una menzione a parte meritano le uniche due iscrizioni che si sviluppano su due linee, rispettando uno stesso schema tipologico: la prima riga contiene una data calendariale, rispettivamenteXIII K(alendas) APṚ(iles), ovvero il 20 Marzo, e ṾỊ ID(us) · ‘IAṆ’(uarias) [—?], ovvero l’8 Gennaio, e la seconda un cognomen, rispettivamente Verecundus/i46 e L. Siluini[efn_note]OPEL, 82, vol. IV, s.v.[/efn_note] o L. Siluani47 (figg. 163; 164).

Iscrizione dipinta facente riferimento nella prima linea a una data calendariale e nella seconda al cognomen Verecundus/i.
163. Iscrizione dipinta facente riferimento nella prima linea a una data calendariale e nella seconda al cognomen Verecundus/i.
Iscrizione dipinta facente riferimento nella prima linea a una data calendariale e nella seconda al cognomen L. Silvini o L. Silvani.
164. Iscrizione dipinta facente riferimento nella prima linea a una data calendariale e nella seconda al cognomen L. Silvini o L. Silvani.

Esistono confronti stringenti relativamente alla presenza di date calendariali dipinte connesse alle attività di cantiere. Primo tra tutti l’esempio delle Terme di Traiano sul Colle Oppio (fig. 165a), dove sugli alzati della galleria sotterranea che corre su uno dei limiti del terrazzamento su cui si elevano le stesse terme, è stato rinvenuto un vero e proprio giornale di cantiere. Si tratta di date dipinte espresse con riferimento a Kalendae, Nonae o Idus che hanno permesso di identificare l’organizzazione del lavoro per l’elevazione di varie porzioni della galleria48. La comparazione delle varie iscrizioni ha permesso di osservare come più squadre avessero lavorato in parallelo su una stessa struttura, nonché stabilire le tempistiche del lavoro49. Le date, quindi, sono da interpretarsi come annotazioni apposte al termine della giornata lavorativa come rendiconto dell’attività svolta e quindi probabilmente utili a contabilizzare la paga da ricevere50.

Iscrizioni dipinte dalle Terme di Traiano sul colle Oppio a Roma; b. iscrizioni di cava documentate presso la cava romana del Conero.
165.a. Iscrizioni dipinte dalle Terme di Traiano sul colle Oppio a Roma (Volpe 2002, 384); b. iscrizioni di cava documentate presso la cava romana del Conero (Ancora, Italia; Paci 2007, 227 e 239).

Ma l’impiego di marchi dipinti all’interno del processo di costruzione doveva essere piuttosto diffuso, come dimostra anche l’esempio attestato presso la Crypta Balbi in cui su un blocco in fondazione del colonnato è riportata l’iscrizione V K (il quinto giorno prima delle calende di un mese imprecisato), interpretata come la data di messa in posa del pezzo51.

Confronti ancora più stringenti con il caso tarragonese sono quelli attestati presso siti estrattivi. Un esempio proviene dalla cava di Kriemhildenstuhl (Germania) in cui tre iscrizioni realizzate sul fronte di cava indicano date a distanza di tre mesi tra loro52. In questo caso sono state interpretate con la data di arrivo di nuove maestranze che si andavano alternando nel sito.

Un’altra testimonianza proviene dal complesso di iscrizioni dipinte della cava romana del Conero (Ancona, Italia; fig. 165b)53. Si tratta di una cava di materiale calcareo che rifornì i cantieri costruttivi della vicina città di Ancona. I testi rinvenuti sono tracciati sia a carbone che a minio e riportano date calendariali, liste di numeri e di nomi, nonché due iscrizioni in cui la data si associa a uno o a due cognomina. In particolare, uno dei personaggi citati è stato identificato, grazie a un’epigrafe anconetana, con un questore della colonia, circostanza che ha permesso di interpretare i due personaggi che appaiono espressi in coppia nell’iscrizione di cava come i duoviri della colonia di Ancona. La loro carica non sarebbe esplicitata, a causa della natura e del carattere estemporaneo di questi testi. La menzione ai due personaggi fornirebbe quindi informazioni sulla proprietà della cava, facendo riferimento al tratto di galleria data in locatio dalla colonia a dei cittadini privati54.

Risulterebbe un’ipotesi suggestiva pensare anche nel caso tarragonese alla menzione di cognomina con riferimento a personaggi che possano offrire informazioni sullo status amministrativo del sito estrattivo. Tuttavia, i nomi documentati nei testi di cava dipinti non si attestano come magistrati nell’epigrafia della città né tantomeno riportano il riferimento a una possibile attività di locatio. Come nell’ipotesi avanzata per alcuni dei marchi incisi, potrebbe invece trattarsi di antroponimi che fanno riferimento al responsabile dell’attività svolta, oppure a iscrizioni relative a ordini o consegne, accompagnate dal nome del titolare di tale richiesta. Solo a modo di esempio, si pensi al piedistallo realizzato nel cosiddetto marmo tarragonese o marmo di Santa Tecla, attualmente conservato presso le terme romane di Caldes de Montbui, contenente una dedica ad Apollo realizzata da parte di L. Vibius (IRC, I, 35)55. Nella faccia posteriore del pezzo fu rinvenuto il nomen VIBI(us) tracciato a graffito, probabilmente realizzato in cava, a indicare la proprietà del blocco che il richiedente aveva scelto e pagato.

Il panorama delineato dal ritrovamento di notae lapicidinarum incise e dipinte fornisce informazioni interessantissime su alcuni aspetti del funzionamento del cantiere. L’esistenza di marchi incisi con uno stesso contenuto tanto in cava quanto presso la Torre del Pretori, rappresenta un elemento di estrema importanza nel contribuire a mettere in relazione l’attività del sito estrattivo con quella del sito di costruzione. La realizzazione del Foro Provinciale implicò, infatti, uno sfruttamento massivo della cava di El Mèdol, la cui pietra calcarea rappresenta il principale materiale da costruzione impiegato nel monumento in associazione all’opus quadratum. Non a caso, la prima epoca imperiale costituisce anche il momento in cui la cava raggiunge la punta massima delle sue operazioni estrattive56, elemento che senza dubbio deve essere riconnesso al foro della provincia che in questo periodo costituisce la più importante attività edilizia e il focus principale degli investimenti cittadini.

È certo che la cronologia a cui i blocchi in cava appartengono non è sostenuta da dati significativi, per cui l’accumulo di tali pezzi potrebbe far riferimento al risultato di scarto di attività estrattive avvenute in maniera più o meno continuativa in un arco di tempo non determinato, ma presumibilmente compreso tra epoca repubblicana ed epoca imperiale57. Tuttavia, appare verosimile poter collegare le attività a uno stesso processo estrattivo/costruttivo finalizzato alla realizzazione del foro della provincia.

Lo scenario che si delinea mostra chiari riferimenti a un’organizzazione ben definita e articolata già a partire dalla fasi di estrazione, capace di far fronte a una attività produttiva considerevole e che restò attiva per un lungo periodo di tempo58.

In particolare le iscrizioni dipinte sembrerebbero esprimere un sistema utilizzato per annotare la data della giornata lavorativa del lapicida, finalizzata a contabilizzare la quantità di materiale estratto e quindi essere adeguatamente retribuito. Il lapicida stesso o più probabilmente il capo di ogni squadra di cavatori/quadratarii avrebbe quindi registrato in questo modo l’attività svolta al termine di un periodo di tempo determinato, quasi certamente al termine di ogni giornata o settimana lavorativa59. L’omissione del mese in alcune delle sigle potrebbe derivare dal costituire un dato superfluo, in quanto la corrispettiva paga sarebbe stata accreditata con riferimento al mese corrente, anche se non può essere escluso del tutto che semplicemente non sia più conservata. Sembra possibile ricollegare la presenza delle iscrizioni all’attività di estrazione e non alla fase di modellazione dei blocchi dovuto allo stadio di lavorazione in cui questi si trovano. La sbozzatura dei pezzi, infatti, sembra non essere stata ancora avviata o in alcuni casi appare solo in una fase iniziale. A seguito del distacco del blocco o di una prima lavorazione, il lapicida potrebbe essere incorso in fratture naturali della pietra che ne hanno poi determinato la rottura già durante la prima fase di lavoro. Se così fosse, questo comunque non inficerebbe l’interpretazione delle sigle, in quanto le maestranze avrebbero voluto ad ogni modo tener conto del materiale estratto e quindi del lavoro effettuato. Ognuno dei blocchi dipinti avrebbe così rappresentato un gruppo di blocchi, evitando di dover segnalare ognuno degli elementi estratti.

Nonostante la scarsità di casi noti relativi a marchi dipinti su materiali da costruzione, i confronti finora conosciuti sono stringenti e si sono rivelati fondamentali per avanzare una prima ipotesi interpretativa sulle evidenze tarragonesi.

L’evoluzione costruttiva della parte alta di Tarraco in epoca romana

L’inizio dell’attività costruttiva e dell’occupazione antropica della cosiddetta “parte alta” di Tarraco rappresenta una questione difficile da approfondire a causa della scarsa presenza di dati archeologici conservati.

Seppur in totale assenza di testimonianze o fonti storico-letterarie, è plausibile supporre che, a partire dalla fine del III secolo a.C., durante la Seconda Guerra Punica, che portò al primo sbarco delle truppe romane a Kesse60, e per tutta l’epoca repubblicana, la città avesse attraversato una fase di coesistenza di un duplice nucleo insediativo, una sorta di dipolis: nella cosiddetta “parte bassa”, in prossimità della foce del fiume Francolì61, almeno dal VI secolo a.C. si attesta la presenza di un insediamento iberico; la parte più alta, invece, sarebbe stata occupata dalle truppe romane62 che stabilirono un praesidium e successivamente i castra hibernae63. Si trattava certamente di un ottimo punto per organizzare le attività militari. La topografia del sito determinò, dunque, in maniera abbastanza naturale lo sviluppo urbanistico e architettonico di Tarraco.

La prima attività edilizia che dovette interessare la “parte alta” della città fu la realizzazione delle mura urbiche. Si tratta di una fase di costruzione forse contemporanea agli avvenimenti della Guerra Punica e relazionabile alla trasformazione della città in capitale di provincia nel 197 a.C. o alle campagne repressive di Catone del 195 a.C.64. È possibile difatti attribuire alla struttura solo una cronologia ante quem, chederiva dalla datazione del materiale ceramico associato alla seconda fase edilizia. Quest’ultima, inquadrabile tra il 150 e il 125 a.C., interessò l’ampliamento delle mura urbiche, portando a includere anche la “parte bassa” della città, fino alla zona portuaria.

Ad eccezione delle mura, per ciò che riguarda l’epoca repubblicana, i dati archeologici della “parte alta” restituiscono altre tracce di un’attività antropica, sebbene in nessun caso facciano riferimento a strutture vere e proprie. Si tratta infatti, nella quasi totalità delle testimonianze, di attività di regolarizzazione del banco roccioso che denotano comunque una volontà di sfruttare questa zona dal punto di vista costruttivo. Nella terrazza superiore tracce di epoca repubblicana si rinvengono nel settore orientale con riferimento a uno strato disposto al di sopra del banco roccioso nella zona occupata dal Consell Comarcal del Tarragonès (COAC)65 e a un canale scavato nella roccia nel settore dell’Antic Hospital de Santa Tecla66, forse attribuibile a un sistema di smaltimento delle acque.

Anche riguardo le zone che verranno poi occupate dal circo e dalla terrazza intermedia le evidenze di epoca repubblicana e tardo-repubblicana fanno riferimento alla regolarizzazione degli affioramenti rocciosi, come nel caso della zona della Torre del Pretori67 o della Antiga Audiència68. In quest’ultimo caso in realtà è stato possibile attestare anche un rudimentale pavimento che definisce un piano di calpestio datato alla seconda metà del II secolo a.C. Nella stessa zona si rinviene anche una cisterna dalla cronologia non definita, sebbene, in base alle notizie di scavo, sembra fosse contemporanea o posteriore alla seconda metà del II secolo a.C. e precedente ai primi anni del I secolo d.C.

Nella zona nord-orientale della futura Piazza di Rappresentazione (C/Merceria 11) si rinvengono strati repubblicani che sembrano essere associati a una struttura realizzata con blocchi megalitici69. Si tratta in realtà di blocchi erratici che però si rinvengono posizionati lungo quello che lo studioso B. Hernández Sanahuja70 identifica come un muro ciclopico. Blocchi megalitici associati a attività di regolarizzazione del terreno si rinvengono anche nel settore nord-occidentale del circo, inclusi nelle fasi di costruzione successive, all’interno della galleria parallela al muro di contenimento della terrazza71.

Infine, sempre nel circo, si documenta, anche se in maniera non uniforme, stratigrafia datata tra la fine del II secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C., oltre a un canale scavato nella roccia. I resti si inseriscono in un contesto in cui l’attività di epoca repubblicana sembra restituire altre evidenze, come un muro in opus incertum e una cisterna rivestita in cocciopesto, entrambi datati alla prima metà del II secolo a.C. e rinvenuti in corrispondenza del settore meridionale del circo (presso la Rambla Vella 29)72.

In base alle notizie storiche note, le evidenze rinvenute nella “parte alta” della città facenti riferimento a epoca repubblicana/tardo-repubblicana potrebbero dunque essere ricollegate alla prima occupazione romana della zona. Tra la fine del II secolo e l’inizio e del I secolo a.C. la città attraversa un periodo di importanti cambiamenti, primo tra tutti la divisione amministrativa delle province ispaniche nel 197 a.C. che converte Kesse/Tarraco in un centro di controllo fiscale e finaziario della provincia Citeriore. Nella metà del I secolo a.C. gli viene concesso il rango di colonia probabilmente per mano dello stesso Giulio Cesare che nel 49 a.C. celebra una “riunione provinciale” a Tarraco73. Quest’ultima ebbe la finalità di ripartire ricompense e castighi a seguito della battaglia di Llerda durante la quale Cesare aveva sconfitto le truppe di Gn. Pompeo anche grazie all’appoggio di numerose comunità ispaniche della valle dell’Ebro, tra cui Tarraco che aveva rifornito le truppe di alimenti74.

L’evoluzione costruttiva della “parte alta” in epoca augusteo-tiberiana risulta sfortunatamente altrettanto oscura.

Nella zona della Torre de la Antiga Audiència si documentano livelli di riempimento, un pavimento con il corrispondente strato di preparazione e tagli nella stratigrafia dei precedenti livelli repubblicani. Il volume dei materiali rinvenuti ha permesso di datare quest’attività ai primi anni di epoca tiberiana. Altri dati provengono dal settore opposto, la zona della cosiddetta Volta Llarga, dove si rinviene un pavimento datato a epoca augusteo-tiberiana associato75 ai resti della struttura in opus quadratum previa alla realizzazione tanto della Torre del Pretori che del circo. Se così fosse si tratterebbe di un’azione costruttiva che sembra prevedesse quantomeno un recinto delimitato da una muratura in blocchi con relativi snodi di accesso (fig. 88).

D’altra parte non appare inverosimile pensare che a partire da epoca augustea la zona potesse essere stata oggetto di una volontà di monumentalizzazione. Con questo non si vuole affermare che l’area fosse già dotata di spazi monumentali ben definiti, bensì che fosse in atto una progettualità che la predisponesse a tali finalità76.

Un dato importante a questo proposito sembra essere la costruzione dei due acquedotti della città, quello del Francolì e del Gaià. Quest’ultimo presenta due diramazioni che raggiungono il Foro Provinciale entrando una in corrispondenza della terrazza intermedia e l’altra poco a sud del circo (fig. 169a-b). La presenza di un acquedotto e quindi la pianificazione di un sistema idrico di questa parte della città che oltretutto offriva, grazie alle condizioni topografiche, uno spazio dalla scenograficità naturale, permette quantomeno di ipotizzare che la zona fosse stata prescelta per essere monumentalizzata come simbolo e riflesso, tra le altre cose, del nuovo status di capitale della maggiore provincia ispanica77. È noto che nel 27 a.C. il governatore dell’Hispania Citerior si insedia definitivamente a Tarraco78, e che tra il 26 e il 25 a.C. Augusto soggiorna nella città. Questa si converte così nel centro di propulsione della riforma politica e amministrativa della provincia romana, che si concluderà qualche anno più tardi con la riorganizzazione di tutta la provincia ispana con Tarraco eletta, non a caso, capitale dell’intera Hispania Citerior.

Esistono poi varie ipotesi sulla possibilità che fosse stata proprio questa la zona prescelta per erigere il famoso altare dedicato dai tarragonesi ad Augusto quando l’imperatore era ancora in vita79. Della sua costruzione si ha notizia unicamente grazie a rappresentazioni monetali di epoca tiberiana80 e all’aneddoto tramandatoci da Quintiliano81, ma non esiste alcuna prova archeologica che possa confermarne l’ubicazione in un settore specifico della città.

A un momento precedente al soggiorno del Princeps a Tarraco, con probabilità immediatamente successivo al termine delle Guerre Cantabriche, è da inquadrare anche la riorganizzazione viaria da lui stesso incentivata. Modificando l’antico percorso della Via Heraclea e il suo ingresso nella parte nord-orientale delle mura urbiche, viene prevista una ripianificazione degli accessi alla città e dunque il passaggio della Via Augusta a sud del futuro edificio circense82. A contatto con l’estremo sud-orientale del circo si conservano ancora resti di una porta di accesso alla città dalla Via Augusta, realizzata in blocchi, decorata con lesene83 (fig. 166) e probabilmente pavimentata con grandi lastre come sembra confermare la toponimia di epoca medievale di vicus losatus84. La riforma veniva a delineare una separazione ancora più marcata tra il nucleo urbano di epoca repubblicana nella parte bassa e quello che era stato il castrum militare nella parte alta.

Porta di accesso alla città dalla Via Augusta sita a contatto dell’estremo sud-orientale del circo. A sinistra proposta ricostruttiva.
166. Porta di accesso alla città dalla Via Augusta sita a contatto dell’estremo sud-orientale del circo. A sinistra proposta ricostruttiva (Dupré et al. 1988, 46, fig. 14).

Meglio attestate sembrano essere le fasi edilizie di età giulio-claudia, sebbene pongano numerosi problemi interpretativi. Nella zona occupata dalla terrazza superiore si rinviene infatti, parallela al lato settentrionale della piazza, una trincea ampia circa m 3, profonda m 2,50 e lunga circa m 88,80 (3 piedi)85. Si documenta in realtà in diversi settori della terrazza con un tracciato che segue una forma a U, ricalcando quello del successivo Recinto di Culto, seppur con dimensioni inferiori (fig. 167). Già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, alcuni saggi effettuati da Sánchez Real86 avevano portato alla luce parte di queste evidenze. Interventi archeologici successivi, realizzati negli anni ’70 da Th. Hauschild87 nel chiostro della cattedrale (corrispondente alla zona occidentale della terrazza) e alla fine degli anni ’80 dal TED’A all’interno del Consell Comarcal del Tarragonès88 (in corrispondenza del lato orientale della piazza), confermarono l’esistenza di una trincea parallela al portico interpretata come traccia di un primo progetto construttivo poi abbandonato. La stratigrafia del riempimento ha restituito due fasi: uno strato inferiore interpretato come apporto di terra dopo la regolarizzazione del livello di roccia, utile a creare un piano su cui disporre i blocchi e databile, grazie al rinvenimento di una moneta di epoca claudia del 41 d.C., a un momento posteriore a questa data89; lo strato superiore si data invece tra epoca neroniana e l’inizio di età vespasianea, identificato come pertinente al momento costruttivo90. Uno studio dei materiali ceramici tuttavia definì che entrambi gli strati potevano essere ascritti a epoca neroniana91.

Planimetria ricostruttiva della terrazza superiore con dettaglio della trincea di fondazione appartenente a un primo progetto o a una modifica in corsa d’opera.
167. Planimetria ricostruttiva della terrazza superiore con dettaglio della trincea di fondazione appartenente a un primo progetto o a una modifica in corsa d’opera (rielaborazione autore da Macias et al. 2007, 29, fig. 19).

Come già menzionato, la trincea era stata interpretata in un primo momento come il risultato di un progetto costruttivo non portato a termine e poi ripreso in epoca flavia. L’ipotesi risultava essere chiaro riflesso di una maniera di concepire l’architettura antica, oggi ormai superata, come istantanea di un momento cronologico preciso, ignorando la dinamicità e la lunga vita che invece caratterizzavano i cantieri edilizi.

Definire se la trincea fosse mai giunta a essere associata a una qualche struttura o se invece si tratti di una modifica di progetto in corso d’opera, risulta ancora una questione complessa.

Vari autori92 hanno recentemente ipotizzato che la trincea di fondazione sia la testimonianza della costruzione del primo recinto che circondava l’area sacra intorno al Tempio di Augusto. La struttura sarebbe poi stata smantellata a partire da epoca neroniana, considerando la datazione dei materiali di riempimento, per essere ampliata tra epoca giulio-claudia e flavia. Lo smantellamento di queste strutture avrebbe certamente implicato il riutilizzo dei materiali, soprattutto i blocchi. È certo che negli strati costruttivi di alcuni settori del Recinto di Culto, come ad esempio in corrispondenza dell’ala orientale della piazza, si rinvengono numerosi frammenti marmorei e di pietra di El Mèdol, così come scarti di lavorazione o veri e propri pezzi inclusi negli strati di riempimento. Tuttavia, più che di reimpiego sembrerebbe trattarsi del risultato di operazioni svolte in cantiere e di scarti dovuti a errori di elaborazione93. Inoltre resterebbe da definire, in merito all’eventuale realizzazione del primo recinto sacro che ipotizziamo dotato di un portico, se la trincea facesse riferimento alla fondazione del muro perimetrale o del colonnato. La realizzazione del muro d’alzato in grandi blocchi del recinto, corrispondente alla seconda fase costruttiva, poggia su una fondazione anch’essa in blocchi, almeno per la maggior parte del perimetro, disposti di testa dall’ampiezza massima di circa m 1,50/1,70. La fondazione del colonnato, dall’ampiezza di m 2,50, è realizzata invece con uno strato di conglomerato su cui poggiavano blocchi oggi spoliati. Usando questi dati come confronto, la dimensione della trincea più antica, pari a circa m 3, risulterebbe eccessivamente ampia per essere identificata con la fondazione del muro perimetrale. Si può considerare che le attività di spoliazione avrebbero implicato un’ampliamento delle sue dimensioni originali, ma la documentazione di scavo in nessun caso riporta informazioni o tracce che possano riferirsi a questo tipo di attività. La dimensione sembra invece corrispondere a quella della fondazione del colonnato, ma in questo caso si sarebbe dovuto documentare il tracciato, verso l’esterno, di un’ulteriore trincea pertinente al muro perimetrale, elemento che invece non è stato riscontrato. Va certamente considerato che l’area della piazza superiore non è stata scavata in tutta la sua superficie, tuttavia zone come quella occidentale, occupata dal chiostro della cattedrale, sono state oggetto di numerosi interventi archeologici.

Forse si potrebbe tenere in considerazione, dunque, l’ipotesi secondo cui la prima trincea di fondazione non sia mai stata associata a una struttura, ma che sia da riferire a una modifica di progetto in corso d’opera. A contribuire a questa ipotesi è la riflessione sulle tempistiche della costruzione. È noto che la realizzazione del tempio fu richiesta dagli stessi tarragonesi all’imperatore Tiberio nell’anno 15 d.C. e che l’analisi dei materiali di decorazione architettonica restituisce la presenza di almeno una struttura dal carattere monumentale in questa zona, identificata con il Tempio di Augusto, in epoca giulio-claudia94. Sebbene possiamo immaginare una volontà di monumentalizzare la parte alta della città già a partire da epoca augustea, i lavori di preparazione e regolarizzazione del terreno sarebbero iniziati almeno da età tiberiana. Trattandosi di operazioni particolarmente impegnative non risulta improbabile pensare che siano state protratte fino a epoca claudia o principio di età neroniana quando poi avrebbero avuto inizio le attività di costruzione. Una modifica di progetto della piazza superiore potrebbe dunque collocarsi in questo contesto. D’altra parte anche nell’area che verrà successivamente occupata dal circo, le installazioni della figlina vengono smantellate in epoca neroniana, confermando un momento di particolare attività dei lavori nella parte alta95.

In un recente articolo P. Pensabene e J. Domingo suggeriscono che la seconda fase di progetto sarebbe stata messa in atto in epoca neroniana, concretamente tra il 61 e il 68 d.C., periodo in cui Servio Sulpicio Galba era governatore dell’Hispania Citerior96. Si potrebbe forse ritenere che i lavori più che avere origine in questo periodo avrebbero trovato, sotto il governo di Galba, un rinnovato impulso. Gli autori difatti, a ragione, rilevano come tradizionalmente si dati a epoca vespasianea una rimodellazione del complesso architettonico tarragonese, in concomitanza con il conferimento, proprio a opera di Vespasiano, del Latiumuniuersae Hispaniae97. Tuttavia, le prime epigrafi dedicatorie ai flamines provinciali provenienti dal Foro Provinciale si datano tra il 72-73 d.C. supponendo dunque che a questa data almeno una parte del monumento fosse già in uso. Tutto ciò ovviamente non implica che i lavori di costruzione fossero stati terminati, anzi se consideriamo che l’erezione delle strutture aveva avuto inizio a partire da epoca neroniana, supponiamo in una forbice tra il 55 e il 61 d.C., negli anni 70 del I secolo d.C. i lavori sarebbero già stati in corso per un periodo che va tra i 9 e 15 anni. Non esiste un calcolo preciso sulle tempistiche della costruzione del complesso tarragonese, ma considerando che non doveva trattarsi di un’opera finanziata completamente dal governo centrale e che gli investimenti imperiali nella colonia di Tarraco non sono comparabili con quelli realizzati a Roma, immaginare un lasso temporale di 10-15 anni per l’erezione di un monumento dalle caratteristiche eccezionali come il Foro Provinciale appare quantomeno irrealistico. Il protrarsi dei lavori almeno fino alla fine del I secolo d.C., se non oltre, comunque non avrebbe precluso l’utilizzo di quegli spazi del complesso architettonico la cui costruzione era già stata terminata98.

In epoca flavia il progetto monumentale dovette subire ancora una volta una trasformazione. Ne sono prova quantomeno la cosiddetta sala assiale, certamente ispirata al modello del Forum Pacis di Roma e la decorazione architettonica del suo pronao colonnato, di cui sembra essere stato identificato il fregio decorato con ghirlande e bucrani. A questo momento è stata anche attribuita una modifica costruttiva e dell’apparato decorativo della zona della Torre del Pretori99. Difatti durante gli scavi effettuati nel patio dell’edificio negli anni ’60 del secolo scorso la stratigrafia aveva restituito numerosi frammenti di schegge e scarti di lavorazione tanto in pietra calcarea che in marmo, così come frammenti di elementi marmorei, alcuni dei quali sembrano presentare tracce di rielaborazione.

Infine, un’ulteriore fase del processo costruttivo del monumento sarebbe da attribuire al restauro voluto dall’imperatore Adriano. Questo riguardò il Tempio di Augusto100 e forse la terrazza intermedia, se consideriamo i fusti di colonna in marmo della Troade rinvenuti nell’area di Tarragona come appartenenti al foro della provincia. Ė questo un momento di rinnovato impulso in cui Adriano, rifacendosi alla figura di Augusto, opera un restauro del culto imperiale utilizzandolo in chiave ideologica. Il culto imperiale, già fondamentale nella politica giulio-claudia, ora ne sottolinea la continuità. Adriano soggiorna a Tarragona nell’inverno 122-123 d.C. e in questo periodo gli viene attribuita la convocazione di un conventus per regolare una delicata questione di arruolamento di soldati, ma soprattutto il restauro del Tempio di Augusto. È specialmente questa seconda attività, testimoniata archeologicamente da materiali decorativi, soprattutto capitelli in marmo proconnesio101, a contenere un significato particolare all’interno di un preciso progetto ideologico. La presenza di Adriano a Tarragona e la sua attività evergetica, rientrano infatti in un più ampio programma messo in opera dall’imperatore nell’intento di dare una nuova forma a un impero ormai inadeguato e bisognoso di riforme strutturali102.

L’approvvigionamento idrico e il sistema di smaltimento delle acque

La questione della gestione dell’acqua nella colonia di Tarraco è certamente meglio conosciuta relativamente alla parte bassa della città. Infatti, alla seconda metà del II secolo a.C. si data la realizzazione di un grande collettore urbano costruito in blocchi103, che sfrutta il naturale pendio del terreno per il drenaggio delle acque superficiali. Come in tutte le città sorte su un pendio naturale, la costruzione di un efficiente sistema di drenaggio doveva essersi reso necessario fin dal primo impianto urbano, con uno smaltimento delle acque meteoriche che, data l’orografia del sito, doveva necessariamente rivolgere gli scarichi a mare. L’epoca tardo-repubblicana rappresenta un momento di intensi cambiamenti per il nucleo abitativo di Kesse/Tarraco con il perimetro delle mura urbiche che viene ampliato fino a includere anche la parte bassa della città e la creazione di una struttura urbana con insulae che seguono la modellazione di 1×2 actus (all’incirca m 35×70). Il sistema di approvvigionamento della parte bassa della città, zona in cui si costruisce il primo centro civico urbano, il cosiddetto Foro della Colonia, era dotato di un sottosuolo ricco di cavità carsiche nonché di un lago sotterraneo (fig. 168). L’area, scoperta nel 1996 al di sotto dell’attuale C/Gasometre104, era ben conosciuta dai romani e sfruttata con un sistema di cavità naturali e cunicoli scavati nella roccia. Testimonianza dell’utilizzo delle risorse del sottosuolo sono la fonte monumentale tardo-repubblicana, la cosiddetta Fuente de los Leones e successivamente, in epoca alto-imperiale, il ninfeo del I secolo connesso al teatro romano105.

Sistema carsico sotterraneo presente nella parte bassa della città.
168. Sistema carsico sotterraneo presente nella parte bassa della città (Mar et al. 2012, 187, fig. 119).

Come già messo in evidenza nel tentativo di elaborare una riflessione sull’attività costruttiva della parte alta di Tarraco, purtroppo i dati relativi all’epoca repubblicana e tardo-repubblicana sono estremamente esigui. Tuttavia, sembra possibile poter confermare l’esistenza di un’attività antropica in questa parte della città, previa alla realizzazione del Foro Provinciale. Riguardo il sistema di smaltimento delle acque, a epoca repubblicana si datano poche testimonianze. Si tratta di un canale scavato nella roccia rinvenuto in corrispondenza della zona orientale del Recinto di Culto106 e di un altro documentato nell’attuale Plaça de la Font, all’interno di quella che poi sarà l’arena del circo107. Ovviamente i resti a disposizione non permettono di realizzare speculazioni di alcun tipo sulla conformazione costruttiva di questa parte della città.

A partire da epoca augustea l’approvvigionamento di acqua a Tarraco fu risolto con la costruzione di due acquedotti che attingevano acqua dai due fiumi più prossimi alla città, il Gaià e il Francolì. L’acquedotto del Francolì, con una lunghezza di km 15, che aveva origine nel punto tra Puigdelfí e Rourell, entrava nella città in corrispondenza all’incirca del Foro della Colonia. La porzione meglio conservata e certamente più nota di questo acquedotto è quella del cosiddetto Pont del Diable. L’acquedotto del Gaià invece, lungo circa km 45, giungeva sino alla parte alta della colonia, biforcandosi in due conduzioni, una che entrava in corrispondenza dell’angolo nord-orientale di quella che sarà la terrazza intermedia del complesso imperiale (fig. 169a) e una poco a sud di quella che sarà la facciata del circo (fig. 169b). Recenti scavi hanno localizzato un settore di suddetto acquedotto in un’area appena fuori dalle mura (fig. 169c), a nord-ovest del promontorio cittadino, confermandone la costruzione in epoca augustea108. La datazione è stata avvalorata inoltre dal ritrovamento di un blocco di pietra, nei pressi di uno dei settori documentati dell’acquedotto109, sulla cui faccia principale restano visibili tracce di alcune lettere di un’iscrizione che riporterebbe il nome del monumento come A[QV]AM [AVGVS]TA[M]110.

Ricostruzione planimetrica del complesso architettonico tarragonese (rielaborazione autore da Macias et al. 2007, 29, fig. 19) in cui si segnalano i rinvenimenti relativi al sistema idrico e di smaltimento delle acque
169. Ricostruzione planimetrica del complesso architettonico tarragonese (rielaborazione autore da Macias et al. 2007, 29, fig. 19) in cui si segnalano i rinvenimenti relativi al sistema idrico e di smaltimento delle acque.

Una rete di canalizzazione per lo smaltimento delle acque meteoriche doveva essere stata dunque progettata e sistemata come intervento previo alla costruzione. Le testimonianze a riguardo si riferiscono o a canali scavati nel banco roccioso o a canali sotterranei con volte in conglomerato.

Nella zona retrostante la sala assiale, in occasione dei lavori svolti presso il Seminari Conciliar nel 1884, fu portato alla luce un canale scavato nella roccia interpretato come elemento utile al drenaggio di questa zona del recinto111 (fig. 169d), con la funzione probabilmente di condurre l’eccesso d’acqua al di fuori del perimetro delle mura. Sempre in prossimità della sala assiale, in corrispondenza dell’angolo esterno sud-occidentale dell’aula (figg. 169e; 170a) si rinviene quello che sembra essere l’inizio di un tratto di canalizzazione che è stato messo in relazione con il canale con volta in conglomerato documentato in un tratto parallelo al lato nord-occidentale della fondazione del Tempio di Augusto (figg. 169f; 170b). Al di sotto della cattedrale medievale, sotto la quale si situerebbe il tempio, si documenta un’altra porzione di canale che fuoriesce dal lato meridionale e prosegue in direzione della scalinata112 (fig. 169g).

a. Tratto di canalizzazione con volta in conglomerato rinvenuto lungo il lato nord-occidentale della fondazione del Tempio di Augusto; b. presunto inizio di una canalizzazione interna alla terrazza superiore.
170.a. Tratto di canalizzazione con volta in conglomerato rinvenuto lungo il lato nord-occidentale della fondazione del Tempio di Augusto (Macias et al. 2014, 1540, fig. 1); b. presunto inizio di una canalizzazione interna alla terrazza superiore (Macias et al. 2014, 1541, fig. 2).

Relativamente ai lati della piazza, solo nella parte più settentrionale del lato occidentale della terrazza superiore si attesta un sistema finalizzato ad agevolare la filtrazione delle acque pluviali e quindi il drenaggio della zona113 realizzato con un enorme accumulo di grandi pietre di forma irregolare. Da questo punto due diramazioni portavano l’acqua verso l’esterno, immettendosi in un canale parallelo al perimetro della piazza (fig. 169h).

Meglio documentato è il sistema di smaltimento delle acque in relazione al portico. Una canaletta di drenaggio correva ai piedi del colonnato che circondava la piazza, intercettando l’acqua piovana proveniente dalle falde dei tetti. Nella zona antistante la fondazione delle colonne del portico sia orientale che settentrionale, è stato difatti documentato parte di questo canale dalla sezione quadrangolare, di dimensioni di m 60 x 60, coperto da grandi lastroni114. A veicolare le acque dalle falde della copertura, permettendone lo scorrimento verso la gronda anteriore, dovevano essere blocchi di coronamento della trabeazione. Tra i materiali associati al settore nord-ovest della piazza è stato rinvenuto un frammento di cornice decorato con baccellature concave alternate ad aste e fascia inferiore liscia che, nella parte posteriore, presenta un alloggiamento ricavato grossolanamente a subbia per una canalizzazzione che permetteva il deflusso dell’acqua piovana (fig. 33).

Naturalmente anche la grande piazza intermedia doveva aver bisogno di assicurare un efficiente sistema idraulico e di drenaggio della sua ampia superficie libera. Non è noto come si articolasse la rete di canalizzazioni in tutte le sue componenti. Certamente la diramazione dell’acquedotto che faceva ingresso nell’angolo nord-occidentale della terrazza alimentava mostre d’acqua. L’esistenza di vasche sembrerebbe confermata dal rinvenimento di resti dell’estremo orientale di una di queste (presso il C/Calderers 3-9) e di parte del rivestimento interno con malta idraulica (presso il C/Calderers 11)115 (fig. 169i). L’immagine doveva essere simile a quella creata nel Foro della Pace a Roma, con grandi vasche che recentemente sono state scavate116.

Una notizia riportata da B. Hernández Sanhauja117 situerebbe un canale per lo smaltimento delle acque meteoriche in corrispondenza del lato nord-orientale della terrazza intermedia118 (fig. 169l). Sebbene non vi siano evidenze archeologiche, la notizia appare quantomeno verosimile. È probabile infatti che la zona esterna al settore nord-orientale della piazza fosse un’area urbanizzata e che dunque fosse stata dotata di un sistema sotterraneo di canalizzazioni.

Alcune evidenze archeologiche provengono anche dalla zona sud-orientale della piazza, a nord della torre di comunicazione (Torre de la Antiga Audiència). Come è già stato rilevato a proposito delle strutture della terrazza intermedia, si tratta dell’unica zona in cui è stato rinvenuto un tratto del canale ricavato sulla superficie superiore del podio. Nei pressi della porta che metteva in comunicazione la galleria orientale con l’esterno del monumento, il canale, realizzato in conglomerato e coperto da lastre di pietra di El Mèdol ricavate da blocchi rilavorati, gira a 90° verso ovest, passando al di sotto di suddetta porta119 e dunque smaltendo l’acqua al di fuori dell’edificio e probabilmente al di là delle mura (figg. 169m; 63). Certamente dovevano esistere altre canalizzazioni come questa lungo ambo i lati della piazza intermedia.

A contatto con il grande muro di terrazzamento della Piazza di Rappresentazione è il visorium, ovvero la piattaforma superiore del circo. Sono state rinvenute porzioni del pavimento originale in cocciopesto e, nel settore orientale (fig. 169n; attuale C/Enrajolat), la piattaforma sembra presentare una leggera pendenza convergente verso la parte centrale, connessa poi a un pozzo per facilitare lo smaltimento delle acque. Quest’ultimo è realizzato in blocchi di pietra di El Mèdol con un diametro di m 0,60120. Dai pozzi le acque sarebbero state condotte a dei discendenti verticali, a fusto parallelepipedo di cui se ne conservano almeno due addossati al paramento meridionale del grande muro di contenimento (fig. 169p, q). Si tratta di strutture con pareti di blocchi lapidei dalla misura esterna di m 2,3 x 3 e interna di m 0,9 x 0,9. I blocchi sembrano essere di reimpiego appositamente rilavorati: gli incassi per le grappe di fissaggio non coincidono con quelle del pezzo adiacente, hanno una rifinitura di superficie differente (alcuni sono lisci altri presentano bugnato) così come diversa è l’altezza dei pezzi. Due di questi discendenti sono ancora ben conservati, uno a est della scalinata centrale (C/Trinquet Vell 16; figg. 169p;  172) e uno a ovest (presso Pl. dels Sedassos 16; figg. 169q; 173). In realtà, dovevano esistere altre due di queste diramazioni rispettivamente una nel settore occidentale e una in quello orientale. Una volta scesa in maniera verticale l’acqua, che proviene dall’interno della piazza intermedia, sarebbe passata rispettivamente al di sotto degli ambienti voltati del circo che costituisono anche il punto d’ingresso per gli spettatori dall’arena alla praecintio che separa la ima dalla summa cavea. Nel tratto interno alla volta la canalizzazione scorre sotto la rampa di scale per poi, seguendo una sorta di percorso a Y, confluire nel collettore principale, in prossimità del settore settentrionale del circo e fuoriuscire dall’edificio circense, immettendosi nel collettore urbano. Le modalità costruttive rispetto a queste tre diramazioni sono differenti, infatti presso la Plaça dels Sedassos il canale è coperto da lastre in pietra nel tratto che scorre sotto la volta (fig. 174), per poi essere realizzato, nella porzione seguente, completamente in conglomerato. Nei resti conservati al C/Trinquet Vell 12 (figg. 169o; 171), invece, si attesta per tutto il suo percorso una volta in conglomerato. Presso C/Trinquet Vell 16, infine, è coperto da lastre in pietra per tutto il suo percorso con pareti in calcestruzzo e ricoperto da cocciopesto.

Sezione del canale conservato presso il C/Trinquet Vell 12.
171. Sezione del canale conservato presso il C/Trinquet Vell 12 (Ted’a 1989, 180, fig. 25).
Discendente conservato presso il C/Trinquet Vell 16.
172. Discendente conservato presso il C/Trinquet Vell 16.
Discendente conservato presso la Pl. dels Sedassos 16.
173. Discendente conservato presso la Pl. dels Sedassos 16.
Dettaglio della canalizzazione presso la Pl. dels Sedassos, proveniente dalla terrazza intermedia, che scorre al di sotto della rampa di scale.
174. Dettaglio della canalizzazione presso la Pl. dels Sedassos, proveniente dalla terrazza intermedia, che scorre al di sotto della rampa di scale.

Infine, si segnala la presenza di una canalizzazione a circa m 0,50 dalla zona sud-orientale del circo, la quale risulta leggermente spostata rispetto alla facciata dell’edificio per poter passare al di sotto della porta augustea di accesso alla città e dunque fuoriuscire dalle mura121 (fig. 169r).

Cantiere edilizio e forme costruttive nel Foro Provinciale

Le caratteristiche dell’architettura del Foro Provinciale sono indubbiamente vincolate al contesto urbano e all’orografia del sito prescelto per la costruzione. L’inserimento del monumento all’interno del tracciato già definito dalle mura urbiche, più che costringere i volumi in un’area preesistente sembra mettere in evidenza come questi si impossessino dello spazio, tanto che in alcuni punti il percorso murario viene parzialmente demolito.

L’ubicazione topografica dovette certamente influire anche sul funzionamento del cantiere di costruzione, generando non poche problematiche logistiche e organizzative122.

È plausibile pensare che i lavori ebbero inizio nelle zone occidentale e settentrionale del recinto sacro. I materiali, derivanti dalle attività di sbancamento del terreno sarebbero potuti essere sfruttati per la realizzazione del terrazzamento della parte orientale della piazza.

Difficile immaginare la disposizione delle aree di stoccaggio dei materiali. Le zone destinate all’immagazzinamento soprattutto dei grandi elementi lapidei, difatti, non potevano ubicarsi al di fuori del lato settentrionale e occidentale del cosiddetto Recinto di Culto a causa della ravvicinata presenza della roccia. Si potrebbe ipotizzare che i materiali si accumulassero all’interno del perimetro della piazza, sebbene bisogna considerare la presenza dell’edificio templare al centro di questa. Forse un’ipotesi più plausibile è che un’area di stoccaggio si ubicasse al di fuori del portico orientale, una scelta ottimale se si prende in considerazione quello che poteva essere il punto d’arrivo dei materiali.

Recenti ricerche archeologiche hanno infatti fornito alcuni dati che suggeriscono come possibilità che i materiali che partivano dalla cava di El Mèdol arrivassero in cantiere per via marittima. La zona estrattiva infatti è prossima alla costa e si situa a circa km 1 dalla cosiddetta Roca Plana, a est della denominata Platja de Calabecs (fig. 175). Si tratta di un promontorio che, come il suo stesso toponimo indica, presenta una superficie liscia e circa m 75 di lunghezza, di cui almeno m 50 restano sommersi a poca profondità. La parte in acqua assume la conformazione di una sorta di canale che se da una parte sembra essere un approdo di origine naturale, dall’altra presenta tagli antropici in entrambe i lati. I saggi effettuati123 hanno inoltre permesso di rilevare la presenza di incassi quadrangolari, per i quali si ipotizza la funzione di punti di appoggio per le macchine per il sollevamento dei materiali, nonché di un blocco in pietra di El Mèdol abbandonato124. A circa m 150 dal sito è stata inoltre registrata la presenza di abbondante ceramica risalente al secondo terzo del I secolo d.C. L’approdo, dalla posizione particolarmente favorevole e protetto da correnti e venti di nord-ovest e sud-ovest, avrebbe potuto costituire il punto di carico dei materiali estratti presso la cava di El Mèdol. Questi sarebbero dunque arrivati via mare a uno dei porti o approdi siti sul litorale tarragonese, per poi essere trasportati fino alla parte più alta della città. Risulta questionabile infatti che i materiali arrivassero a quello che conosciamo come il porto della città. Questo avrebbe imposto un tragitto marittimo più lungo, nonché l’arrivo alla “parte bassa”, implicando poi il trasporto terrestre fino alla “parte alta”, operazione che avrebbe innanzitutto imposto costi più elevati125. La difficoltà e dunque il dispendio economico del trasporto terrestre dipende ovviamente da diverse variabili, come la distanza da realizzare, il tipo di terreno, i mezzi di trasporto impiegati e il peso del carico. Nel caso di Tarragona, sebbene la distanza risulti relativamente breve, circa km 1,6 tra le installazioni del porto e la cima della parte alta della collina, l’orografia del terreno con quasi 1% di pendenza avrebbe reso il trasporto più difficoltoso e pericoloso126. Inoltre, il conseguente attraversamento di tutta la città avrebbe implicato non pochi disagi127.

Platja de Calabecs, possibile punto di approdo utilizzato dalla cava di El Mèdol per il carico dei blocchi.
175. Platja de Calabecs, possibile punto di approdo utilizzato dalla cava di El Mèdol per il carico dei blocchi (Gutiérrez Garcia-M. et al. 2015, 786).

Per il cantiere del Foro Provinciale risulta più coerente pensare all’uso di approdi alternativi certamente presenti lungo il litorale. Si potrebbe ipotizzare l’uso dell’attuale Platja del Miracle, sita ai piedi della collina su cui si costruisce il complesso di epoca imperiale. A questo proposito sono note mappe antiche che suggeriscono un possibile uso del sito come porto durante il XVII secolo128. Purtroppo ad oggi non si dispone di prove archeologiche, occultate o cancellate da una costruzione degli anni ’60 del secolo scorso. Esiste tuttavia un una descrizione previa dell’area129, la quale include una pianta e la documentazione di tagli nella roccia, alcuni dei quali associabili a incassi quadrangolari, che farebbero pensare alla presenza di un molo. L’archeologo tedesco A. Schulten sosteneva che l’antico porto di Tarraco si sarebbe situato proprio nella baia della Punta del Milagro, essendo più interna e per questo più protetta dal vento di levante130. Con questo non si vuole affermare l’esistenza di un porto, tuttavia esistono rinvenimenti provenienti dal fondale marino che lasciano aperte alcune considerazioni. Si tratta delle colonne in granito della Troade rinvenute al largo della spiaggia le quali fanno riferimento probabilmente a un momento di reimpiego di questi materiali, in quanto alcuni degli elementi presentano tracce di rilavorazione. Sebbene non si possa definire a che periodo faccia riferimento l’attività di reimpiego, i resti mettono in evidenza come in qualche momento la zona fosse stata utilizzata come installazione portuaria.

Infine, per ciò che riguarda le tecniche di costruzione impiegate, è noto come la realizzazione di complessi architettonici terrazzati venga risolta in ambiente italico con un uso diffuso dell’opus caementicium. Tuttavia, nell’architettura del foro tarragonese l’utilizzo del conglomerato si inserisce nei singoli volumi dell’edificio, ma senza trasformarsi in una caratteristica predominante. Fa eccezione il circo, l’ultima parte del monumento a essere costruita e datata a epoca domizianea, dove l’uso del caementicium trova certamente largo impiego nella realizzazione di ambienti di sostruzione per le gradinate che, allo stesso tempo, veicolano i sistemi di accesso al monumento, oltre ad avere la funzione, nel settore nord, di contrafforti del terrapieno della grande terrazza intermedia.

Ma seppur nel sapiente uso del conglomerato, il lessico architettonico e le caratteristiche edilizie del foro tarragonese sembrano in qualche modo rimandare a una cultura costruttiva propria della tradizione ellenistica, mitigando gli influssi di ambiente romano131. Osservando le terrazze tarragonesi e la rigidità dei volumi, imposta da una tecnica edilizia che pone prioritariamente l’accento sull’elemento auto-reggente, i grandi blocchi appunto, piuttosto che sul nesso sintattico tra le varie parti, non si può non pensare a quella cultura costruttiva rappresentata principalmente dai grandi complessi terrazzati di ambiente greco-ellenistico.

Le maestranze locali che lavorarono la pietra calcarea, si mostrano esperte e in grado di modellare e assoggettare l’elemento lapideo all’architettura del monumento. Gli ambienti voltati, che delimitano a est e a ovest la terrazza intermedia, vengono realizzati con sistemi di copertura in conglomerato, ma volte continuando sovente a essere comunque associati a paramenti in opera quadrata.

È nella realizzazione del Foro Provinciale dun-que che la tradizione costruttiva locale raggiunge il suo più alto grado di espressione ed è in particolare nell’area sacra dove l’uso dell’opus quadratum diventa quasi esclusivo: tanto la realizzazione delle strutture portanti della piazza, come il terrazzamento di questa nel lato meridionale, si affida completamente alla tecnica edilizia in bloc-chi. Inoltre, l’uso di una tecnica così laboriosa e impegnativa dal punto di vista dell’elaborazione dei materiali, del trasporto e della messa in opera mette in evidenza l’attività di maestranze particolarmente esperte che con la loro sapienza sopperivano alla complessità delle varie fasi di lavoro.

Notes

  1. Non si identifica un preciso punto estrattivo per questo materiale, essendo attestata la sua presenza in concomitanza con altre varietà lapidee (Gutiérrez Garcia-M. 2009, 108).
  2. Gutiérrez Garcia-M. et al. 2015, 779.
  3. Gutiérrez Garcia-M. 2009, 105.
  4. Importanti nuove informazioni furono acquisite nel 2010 a seguito di un incendio i cui danni ambientali permisero di far venire alla luce nuove testimonianze relative allo sfruttamento della cava in epoca romana (Gutiérrez Garcia-M. et al. 2015, 779-789).
  5. Gli scavi sono stati condotti nel 2013 sotto la direzione del dott. J. López Vilar e della dott.ssa A. Gutiérrez Garcia-M.
  6. A seguito dell’esaurimento della zona sud-orientale del settore del Clot, questa viene colmata con residui di lavorazione. Si calcola che per la costruzione della rampa fossero stati necessari circa 500m3 di materiale (López & Gutiérrez Garcia-M. 2014, 14).
  7. L’area di tale zona misura m 4 x 3.
  8. Relativamente a questa zona è stata rinvenuta la traccia di un buco di palo, nonché sette buchi quadrangolari nella parete di roccia i quali sarebbero serviti per l’incastro delle travi che dovevano sostenere un tetto probabilmente fatto di elementi vegetali (López & Gutiérrez Garcia-M. 2016, 185).
  9. López & Gutiérrez Garcia-M. 2016, 184-185. I materiali rinvenuti si riferiscono a due monete: una moneta in bronzo illeggibile e un denario recante il busto di Tiberio sul dritto e la figura di Livia seduta come Pace sul rovescio, della zecca di Lugdunum (RIC I, 30). Quest’ultima è databile tra il 36/37 d.C., fornendo una data post quem per l’inquadramento cronologico dello strato. Infine, i frammenti di ceramica a parete fine (Mayet XIX, Mayet XXXVII1c e López Mullor LIV) forniscono una cronologia grosso modo giulio-claudia che sarebbe coerente con l’unico frammento di anfora rinvenuto, una Dressel 2/4 tarragonese.
  10. Esistono altri esempi come quello di El Mèdol, il più stringente è quello presso la cava di Glanum, nel sud della Francia (Bessac 1987; Bessac & Lambert 1989).
  11. López & Gutiérrez Garcia-M. 2016, 188-191.
  12. Relativamente all’interpretazione delle fasi costruttive delle mura si veda: Hauschild 1975, 246-262; 1979, 204-250; 1983; 2006, 153-172.
  13. Aquilué 2004, 42-46; Mar et al. 2010, 39-70.
  14. Nella “parte bassa” della città si assiste alla tras-formazione dell’antico foro repubblicano (Ruiz de Arbulo 1990; Mar et al. 2012, 238-249) e del settore marittimo (Adserias et al. 2000; Pociña & Remolà 2001), alla cos-truzione del teatro (Ruiz de Arbulo et al. 2004; Mar et al. 2012, 286-322 con bibliografia precedente) e all’installazione di un nuovo modello urbano, congiuntamente a un intenso programma di riorganizzazione della rete viaria e delle infrastrutture (Gurt & Rodà 2005) voluto dal Princeps.
  15. Gutiérrez Garcia-M. 2009, 151-152. I dati archeologici registrano un calo notevole dell’attività della cava a partire dal III secolo d.C.
  16. Sopraggiunte problematiche nella gestione delle attività determinarono l’intervento di due diverse cooperative archeologiche, causando la perdita di molte informazioni. La documentazione di scavo non è mai stata consegnata. A questo proposito si ringrazia l’archeologo Josep Francesc Roig per aver fornito con rara generosità una gran quantità di materiale proveniente da documentazione di scavo, di estremo interesse ai fini di questo studio.
  17. Si veda come un denario di epoca tiberiana è stato rinvenuto anche negli scavi condotti in corrispondenza della rampa di accesso al Clot (vd. infra).
  18. Roig et al. 2011, 403.
  19. Vinci 2019, 260-261. La forma standard e le relative misure dei blocchi possono essere desunte dall’impronta in negativo ancora visibile sui fronti di cava (m 1,60 x 0,80 x 0,70).
  20. Gutiérrez Garcia-M. 2009, 153.
  21. I solchi longitudinali che sono stati documentati hanno una sezione quadrangolare e un’ampiezza che varia tra i m 0,10 e 0,13. Sui blocchi analizzati si documenta uno spessore della punta dello strumento impiegato pari a m 0,02.
  22. Ogni blocco avrebbe presentato almeno due facce irregolari, una inferiore derivante dal distacco del blocco stesso dalla roccia e una superiore dovuta al distacco del blocco precedentemente estratto e che quindi insisteva sulla superficie sovrastante.
  23. Si veda come soprattutto nella terrazza superiore del Foro Provinciale di Tarraco, il perimetro della piazza è realizzato con blocchi che presentano, nel paramento a vista, un bugnato molto accentuato, frutto di superfici che non sono state regolarizzate e di cui vengono definiti solo i bordi scalpellati.
  24. Álvarez et al. 1994, 23.
  25. Tra i materiali importati alcuni esempi possono essere il portasanta, nella varietà rosata della pietra di Santa Tecla, o il giallo antico o marmor Numidicum per la varietà tendente al giallo. Per un’analisi più approfondita si veda: Álvarez et al. 2009, 16-28.Sulla definizione di “marmi di sostituzione” e sulla sua interpretazione vd. Cisneros Cunchillos 2010.
  26. Gutiérrez Garcia-M. 2009, 211.
  27. Si vedano le scalinate del circo che conducevano al corridoio di separazione tra ima e summa cavea o quella documentata nella Torre de la Antiga Audiència che dal visorium del circo dava accesso all’interno dell’edificio o infine alla scalinata del cosiddetto pulvinar.
  28. Si veda la soglia di una delle porte della Torre de la Antiga Audiència.
  29. Si veda la piattaforma della scalinata di connessione tra la terrazza intermedia e il circo.
  30. Àlvarez et al. 1994, 23.
  31. Gutiérrez Garcia-M. 2009, 212.
  32. Álvarez et al. 2010, 542-543.
  33. Àlvarez et al. 2010, 541-542.
  34. La questione terminologica relativa alla definizione di segni o marchi sulla pietra è resa complessa soprattutto dalle lacune che concernono la loro interpretazione. A questo proposito la bibliografia relativa a epoca medievale ha affrontato questa tematica in maniera più sistematica giungendo alla definizione, ampiamente condivisibile, di signes lapidaires (Van Belle 1983, 29-43; 2014).
  35. Hauschild 2016; Vinci 2018.
  36. Segni grafici, numerici o alfabetici impiegati come ele-menti utili al processo costruttivo si ritrovano già in uso all’interno di strutture di epoca arcaica. Tra i vari esempi si vedano: i masons’ marks di epoca minoica (Hood 2002, 97-110; Begg 2004, 1-25); riguardo il mondo greco (relativamente ai quali una sintesi è presente in Martin 1965, 225-231) si veda il sistema di siglatura impiegato nel tempio di Apollo del IV secolo a.C. o nel Tesauros degli Ateniesi a Delfi (Martin 1965, 226), il Tesoro dei Sicioni a Olimpia, il Tempio di Poseidone a Capo Sunio o il caso peculiare del Tempio di Ares presso l’Agora di Atene in cui le lettere incise sono utili al processo di smantellamento e successivo spostamento e ricostruzione dell’edificio (Martin 1965, 227).
  37. La sigla era stata interpretata come il numero romano IV rovesciato: vd. Dupré & Subías 1993, 605.
  38. Vinci 2018, 702-703.
  39. Bravo & Roig 2015, 9-11.
  40. Alföldy in CIL II2/14, 972.
  41. Si ringrazia la Prof. D. Gorostidi per la segnalazione. Vedi: Schulze 1966, 304 e 313; Kajanto 1982, 320; Solin & Salomies 1994, 412. Alföldy scarta, nella sua interpretazione, i cognomina Tironianus o Tironillianus in quanto citati rispettivamente solo una volta da Kajanto (1982, 320), così come il femminile Tironilla (Solin & Salomies 1994, 412) o il cognomen greco Tiridatis (Solin 2003, 243; OPEL, 123, vol. IV, s.v.).
  42. Dupré & Carreté 1993, 81.
  43. Sembrano fare eccezione i marchi documentati sulla diga romana di Muel (Saragozza), interpretati come riferimento ai loci presenti nel sito estrattivo da cui provengono i blocchi (Uribe et al. 2016; Navarro Caballero et al. 2014).
  44. Per alcuni degli esempi che riguardano i materiali da costruzione si veda: la cava del Conero presso Ancora (Paci 2007); la cava di Kriemhildenstuhl in Germania (Sprater 1948); le Terme di Traiano sul Colle Oppio (Volpe 2002, 2008, 2010); le Terme di Longeas in Francia (Coutelas & Hourcade 2016).
  45. Vinci 2019. Il materiale utilizzato per la pittura è stato analizzato mediante spettroscopia in riflettanza e spettroscopia EDX e ha permesso di stabilire che si tratta di ocra rosso. Desidero ringraziare la dott.ssa Aurélie Mounier (IRAMAT-CRP2A, Université Bordeaux Montaigne) per aver effettuato le analisi.
  46. Kajanto (1982, 68) lo menziona tra i cognomina che si riferiscono a qualità mentali. Dal CIL riporta: 261 uomini, di cui 26 affrancati o schiavi, e di 87 donne, di cui 13 affrancate o schiave, essendo in totale 387 attestazioni documentate nel mondo romano (Kajanto 1982, 264). In particolare per la Penisola Iberica J. M. Abascal Palazón (1994, 542) recensisce 19 casi tra Verecundus/a o Verecundinus/a, di cui tre attestati a Tarragona (CIL II, 4161, 4175, 4209; OPEL, 158, vol. IV, s.v.).
  47. O Siluanianus (Abascal 1994, 512; Kajanto 1982, 213-214).
  48. Volpe 2002. Nel 2009 anche sulle pareti dell’esedra sud-occidentale delle terme sono state documentate altre 60 nuove iscrizioni dipinte in rosso (Volpe 2010).
  49. Volpe & Rossi 2012; Volpe 200 2010. Alcune delle sigle riportano l’indicazione completa della data calendariale, ma sono presenti numerosi marchi in cui non vi è menzione del mese. Tuttavia il loro posizionamento, che ne rispetta l’ordine originale all’interno della struttura muraria, ha comunque permesso di risalire al mese in questione.
  50. Non si esclude comunque anche un uso finalizzato al processo di costruzione, uno strumento utile a registrare le fasi di esecuzione delle singole parti strutturali, che richiedevano lavorazioni particolari da eseguire con tempi e modalità prestabilite per garantirne la tenuta (Volpe 2002, 383-393).
  51. Cante 2004, 8.
  52. Le date in questione sono: III Idus Feb(ruarias), ovvero l’11 Febbraio; III Idus Mai(as), ovvero il 13 Maggio; VI Id(us) Aug(ustas), l’8 agosto. Mancherebbe una quarta data facente riferimento a qualche giorno prima delle Idi di Novembre che, secondo l’autore, più che una lacuna sarebbe dovuta all’interruzione dei lavori durante l’inverno (Sprater 1948, 45-46).
  53. Paci 2007.
  54. L’ipotesi sarebbe rafforzata dalla presenza nell’iscri-zione dell’abbreviazione LOC e ME rispettivamente sciolte dall’autore come locare e metallum (Paci 2007, 233-236).
  55. Álvarez et al. 2009, 54-55.
  56. Gutiérrez Garcia-M. 2009, 151-152.
  57. A giudicare dai rinvenimenti archeologici, l’attività della cava subisce un forte calo a partire dal III secolo d.C. (Gutiérrez Garcia-M. 2009, 152).
  58. Non si conosce esattamente quando ebbero inizio o fine i lavori per la costruzione del Foro Provinciale, ma con ogni probabilità il cantiere restò attivo, anche se non in maniera continuativa, per almeno un secolo.
  59. Anche in ambito medievale è stato rilevato come le modalità di pagamento delle maestranze potevano variare e avvenire a giornata o a settimana (Dionigi 2009, 375).
  60. Otiña & Ruiz de Arbulo 2000, 109; Panosa 2009.
  61. Miró 1994; Adeserias et al. 2000; Asensio et al. 2000.
  62. Sebbene non vi sia alcuna testimonianza archeologica, si potrebbe comunque pensare a una presenza iberica anche nella parte alta della città, previa all’ocupazione romana (Menchon 2009).
  63. Ruiz de Arbulo 1991.
  64. Mar et al. 2015, 51-52; Menchon 2009, 48-49.
  65. Documentato durante gli scavi condotti nel 1977 (Ferrer 1985, 283).
  66. Rinvenuto durante gli scavi realizzati dal Ted’a (1989b).
  67. Balil 1969.
  68. Dupré & Carreté 1993, 78.
  69. Piñol 1993a, 259-261.
  70. Hernández Sanahuja 1877, 104-105 e 107-108.
  71. I blocchi, per fattura e dimensione, sono stati tipologicamente associati a quelli della prima fase edilizia delle mura repubblicane (Fernández et al. 2017, 130-131).
  72. Foguet & López 1994, 162.
  73. Per una discussione storica sugli avvenimenti vincolati alla concessione a Tarraco del rango di colonia si veda: Mar et al. 2012, 211-217.
  74. Bell. Civ. 1.59.
  75. Dupré & Carreté 1993, 81.
  76. Vinci & Ottati 2018, 173-174.
  77. Vinci & Ottati 2018, 173.
  78. Ruiz de Arbulo 1992, 124-128; Alföldy 1999, 7-12; Arrayás 2004, 291-303; Ruiz de Arbulo 2009.
  79. Mar et al. 2012, 345-348.
  80. RPC, I, 218.
  81. Quint., Inst. Orat., 6.3.77.
  82. Anche nell’organizzazione urbana si documenta un modello urbanistico differente rispetto a quello di epoca repubblicana nell’area attualmente compresa tra la Rambla Vella e la Rambla Nova. È probabile che la zona fosse già urbanizzata ma che fino a quel momento non fosse stata interessata da una precisa organizzazione viaria, elemento che ne determina una modifica (Fiz & Macias 2007, 33-34).
  83. Dupré et al. 1988, 45-47.
  84. La menzione si rinviene in una lettera inviata a Pedro III (Arnall 1984, 113-114, doc. 26).
  85. Il livello di quota è di 65 m s.l.m.
  86. Sánchez Real 1969, 278.
  87. Hauschild 1974.
  88. Dupré 1995, 20-33.
  89. In un primo momento lo strato era stato datato a epoca tiberiana/neroniana.
  90. Hauschild 1983, 125.
  91. Rüger 1968, 239.
  92. Mar et al. 2015 e da ultimo Pensabene & Domingo 2019, 57.
  93. Tra i materiali marmorei si rinvengono per la maggior parte frammenti di pavonazzetto. In minor quantità si attestano scarti di lavorazione e frammenti di elementi elaborati in marmo di Luni/Carrara (frammento di capitello, fusto di colonna e cornici modanate). In giallo antico si documenta solo un’unica placca di rivestimento, mentre i materiali in marmo di Santa Tecla sono costituiti solo da frammenti informi (Aquilué 1993, 95).
  94. Si tratta principalmente del fregio in marmo di Luni/Carrara decorato con girali d’acanto (Pensabene & Mar 2004, 73-88).
  95. In questa zona sono state attestate strutture dedite alla manifattura di artigianato in terracotta con bacini di decantazione per l’argilla datate al secondo decennio del I secolo d.C. (López & Piñol 2008, 15).
  96. Pensabene & Domingo 2019, 59-60
  97. Dalla notizia di Plino il Vecchio: Uniuersae Hispaniae Vespasianus imperator Augustus iactatum procellis rei publicae Latium tribuit (Plin., Nat., 3.3.30).
  98. Si veda, solo per citare un esempio, il caso del Colosseo che venne inaugurato nel 79 d.C. sebbene i lavori non fossero ancora stati terminati (Rea et al. 2002, 352-353).
  99. Mar et al. 2012, 366-368.
  100. HA, Vit. Hadr., 12.
  101. Si tratta di due capitelli corinzi di colonna in proconnesio, di provenienza sconosciuta (Pensabene 1993, cat. 1-2, 33-35); una cornice con soffitto decorato a cassettoni e un cassettone, in marmo proconnesio, rinvenuti all’interno della cattedrale di Tarragona (Macias et al. 2012a, cat. 1.2.10 e 1.2.11, 30).
  102. Sull’argomento vd. Ottati 2016, 239-253.
  103. Nella porzione documentata raggiunge un’ampiezza di m 1,80 e un’altezza di m 2,10 (Díaz & Puche 2001, 293).
  104. Burés et al. 1998, 183-196; SIET 2001.
  105. Mar et al. 2012, 123.
  106. Rinvenuto durante i lavori presso l’edificio dell’Antic Hospital de Santa Tecla nel 1989.
  107. Macias et al. 2007a, 85, scheda 238.
  108. Mesas 2015, 249.
  109. Il blocco è stato rinvenuto nei pressi del centro di Els Pallaresos a km 6,5 a nord di Tarragona.
  110. La forma all’accusativo è caratteristica di una formula epigrafica nella quale si includono il nome del promotore o del restauratore dell’opera (López & Gorostidi 2015, 253).
  111. Macias et al. 2007b, 50.
  112. Dasca & Vilaseca 1991.
  113. Hauschild 1995, 65-66.
  114. Dupré & Pàmies 1986-1987.
  115. Brú 2016. A mostre d’acqua si relaziona anche il ritrovamento del grande frammento di cratere datato a epoca vespasianea (Koppel 2001, 46-49).
  116. Coarelli 1999, 69; Meneghini et al. 2009, 190; Tucci 2017, 58-62.
  117. Notizia riportata da Cortés & Gabriel 1985, 28, num. 76.
  118. Nei pressi del C/Merceria 21-22.
  119. Díaz & Teixell 2014, 838.
  120. Vilà 2012, 35.
  121. Dupré et al. 1988, 46-47.
  122. Per ciò che riguarda le operazioni di preparazione del terreno, in base a un’approssimazione realizzata da J. M. Puche (2010, 37), furono spostati circa 500.000 m3 di terra, con un calcolo medio di estrazione da parte di un gruppo di 3/ 4 persone, di 1 m3 di terraal giorno. In base a suddetto calcolo, secondo l’autore, tra i 3.000 e i 4.000 operai avrebbero completato lo scavo della collina nell’arco di 10 anni circa.
  123. Gutiérrez Garcia-M. et al. 2015, 784-787. Le indagini archeologiche sono state dirette dal dott. J. López e dalla dot.ssa A. Gutiérrez Garcia-M..
  124. Gutiérrez Garcia-M et al. 2019, 129.
  125. Nel caso delle Terme di Caracalla J. DeLaine ha stimato che più del 50% del totale del costo della costruzione fu utilizzato per il trasporto sia terrestre che marittimo (DeLaine 1997, 216-217).
  126. Russell 2013, 100-101.
  127. Sebbene non costituisca un parallelo stringente, si veda Pensabene & Domingo 2016 per il trasporto di grandi fusti monolitici all’interno della trama urbana di Roma. Gli stessi autori antichi ricordano i disagi che comportava il passaggio di grandi blocchi o elementi in marmo attraverso la città. Plino ad esempio cita come il trasporto di una serie di colonne alte circa 38 piedi avesse provocato danni alle cloache (Plin., Nat., 36.6-7), mentre Giovenale riporta come il passaggio di grandi blocchi in marmo poteva rappresentare un pericolo per i pedoni, oltre che produrre un insopportabile rumore (Giovenale, Satire, 3.236-237).
  128. Gutiérrez Garcia-M et al. 2019, 131.
  129. Serres 1951. Si tratta di un documento realizzato da Eduard Serres, membro della Reial Societat Arqueològica Tarraconense (notizia presente in Gutiérrez Garcia-M. et al. 2019, 131).
  130. Schulten 1921, 23
  131. Vinci 2016.
ISBN html : 978-2-38149-006-9
Posté le 30/08/2020
EAN html : 9782381490069
ISBN html : 978-2-38149-006-9
Publié le 30/08/2020
ISBN livre papier : 978-2-35613-358-8
ISBN pdf : 978-2-35613-357-1
ISSN : 2741-1508
33 p.
Code CLIL : 4117 ; 3385
http://dx.doi.org/10.46608/DANA2.9782381490069.8
licence CC by SA

Comment citer

Vinci, Maria Serena, “Capitolo 5. Considerazioni sul processo di costruzione”, in : Vinci, Maria Serena, Il “Foro Provinciale” di Tarraco (Hispania Citerior): tecniche e processi edilizi, Pessac, Ausonius éditions, collection DAN@ 2, 2020, p. 137-170, [En ligne] https://una-editions.fr/considerazioni-sul-processo-di-costruzione [consulté le 7 septembre 2020].

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