Capitolo 1
Il cosiddetto Foro Provinciale di Tarraco

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Storia degli studi e degli scavi

Le prime notizie relative al cosiddetto Foro Provinciale di Tarragona risalgono al XVI secolo. L’importanza delle rovine della parte alta della città non era passata di certo inosservata agli occhi degli eruditi locali i quali ebbero il merito e la fortuna di descriverne i resti che, sebbene non fossero stati ancora oggetto di scavi archeologici, erano parte integrante di un paesaggio storico per tanti aspetti ormai scomparso e la cui conoscenza è rimasta a noi in molti casi preclusa.

La metà del ‘500 coincise con un periodo in cui si registrò una maggiore attenzione nei confronti delle antichità nella Penisola Iberica. A Tarragona i primi umanisti che si occuparono delle vestigia romane furono i canonici Francesc Vincenç1 e Joan de Sessé2 i cui studi sono noti grazie alla testimonianza dell’erudito L. Pons d’Icart, il quale redasse una sorta di primo studio archeologico della città. Avvocato ed erudito di Tarragona, forní dunque la prima descrizione, con visione nostalgica di stampo umanista, dei monumenti romani di Tarraco nella sua opera Libre de les Grandesas i Cosas Memorables de la Antiquíssima, Insigne i Famosa Ciutat de Tarragona3, seppur interpretando i resti della terrazza superiore come una fortezza o arx e quelli della terrazza intermedia come il palazzo di Augusto. A lui si rivolse il pittore di vedute fiammingo A. Van den Wyngaerde che visitò Tarragona nel 15634 per inserire l’immagine della città all’interno dell’opera commissionatagli sulla Penisola Iberica da Filippo II5.

L’iniziale interpretazione di L. Pons d’Icart restò praticamente incontestata fino a quasi la fine del XIX6 secolo, accettata anche da altri eruditi come Padre Flórez7 che nel XVIII secolo ripropose la stessa teoria, elaborata dall’erudito tarragonese, nel suo libro España Sagrada. Quest’ultimo manoscritto conteneva però nuove informazioni sui resti romani della città in quanto includeva una restituzione planimetrica del circo realizzata da F. Bonifàs i Massó (fig. 1a), sebbene questa non fosse la prima rappresentazione grafica dell’edificio ludico. Difatti la prima planimetria nota è quella datata al 1748, realizzata da J. R. Silvy (fig. 1b) su incarico dell’esercito in cui si rappresentano il settore settentrionale ed orientale dell’edificio circense. La documentazione risulta di grande interesse in quanto attesta lo stato dei resti precedente ai danni causati dalle esplosioni durante l’attacco dei francesi del 1813. Ad un momento successivo al passaggio delle truppe francesi si datano invece le importantissime incisioni realizzate da A. Laborde8, tra cui quella del cosidetto palazzo di Augusto, oggi Torre del Pretori, e quelle di V. Roig in cui sono visibili dettagli del monumento attualmente non più conservati (vd. infra cap. 3).

1. a. Planimetria del circo realizzata ; 
b. planimetria e sezioni della parte orientale del circo
1.a. Planimetria del circo realizzata da F. Bonifàs i Massó e pubblicata nel 1769 da H. Flórez nel vol. 24; b. planimetria e sezioni della parte orientale del circo realizzata nel 1748 da J. R. Silvy (Archivo Histórico del Colegio de Arquitectos de Cataluña, pubblicata in Dupré et al. 1988, 29).

Un primo lavoro sistematico fu realizzato alla fine del 1800 da B. Hernández Sanahuja9, collezionista e archeologo autodidatta. La sua planimetria (fig. 2), inclusa nel suo manoscritto “Recuerdos monumentales de Tarragona” (1877), si può considerare comunque un tentativo coraggioso di ricostruire le caratteristiche ipotetiche dei monumenti della parte alta, sulla base delle sue conoscenze e di una buona dose di immaginazione. I suoi studi lo portarono a interpretare la terrazza intermedia come un foro con annesso il cosiddetto palazzo di Augusto e la terrazza superiore come un arx all’interno della quale ubicò il tempio di Giove, associandovi i recenti ritrovamenti dei clipei con protomi di Giove-Ammone. Il tempio di Augusto si sarebbe ubicato invece al di fuori della fortezza.

Ricostruzione ipotetica dei monumenti della parte alta
2. Ricostruzione ipotetica dei monumenti della parte alta realizzata da B. Hernández Sanahuja (1877).

Il primo reale intervento archeologico fu però effettuato nel 1933 da J. Serra Vilaró10 dietro l’abside maggiore della cattedrale, oggi incluso nel Museo Diocesano, durante il quale vennero alla luce i resti della cosidetta sala assiale.

A partire dagli anni ’60 del secolo scorso gli interventi archeologici sempre più frequenti permisero di rinvenire dati fino a quel momento sconosciuti. Di fondamentale importanza a questo proposito furono i lavori di J. Sánchez Real (1969), condotti nei giardini della cattedrale, i quali gli permisero di localizzare la trincea di fondazione di un possibile primo progetto del temenos della terrazza superiore. Sempre negli anni ’60, sotto la direzione di A. Balil11, si effettuarono i lavori all’interno del patio della Torre del Pretori, anch’essi particolarmente rilevanti in quanto gli unici scavi archeologici a essere stati realizzati in questo edificio.

Dagli anni ’70 e almeno fino alla metà degli anni ’90 del 1900, protagonisti del panorama scientifico tarragonese furono senza dubbio gli studi e scavi condotti dall’Istituto Archeologico Germanico (DAI) sotto la direzione di T. Hauschild. I suoi eccellenti lavori si concentrarono principalmente nella terrazza superiore, con particolare riferimento alla sala assiale e alla zona del chiostro della cattedrale (corrispondente a parte del settore orientale e settentrionale del Recinto di Culto), completando e facendo chiarezza sugli studi già iniziati da J. Serra Vilaró e giungendo a definire la conformazione del portico che circondava la terrazza con la presenza di esedre e della cosiddetta aula assiale. Di pari passo gli studi condotti da G. Alföldy12 in ambito epigrafico, ebbero il merito di interpretare i resti della parte alta di Tarraco come un complesso monumentale articolato in tre terrazze13.

Nonostante le ormai numerose attività di scavo condotte in zone distinte della parte alta della città, non era però ancora stata elaborata una planimetria o una raccolta di dati sistematica che riunisse tutte le informazioni note. Un tentativo di questo tipo fu realizzato da R. Cortés, professore dell’Università Rovira i Virgili e R. Gabriel presidente della Reial Societat Arqueològica Tarraconense. Nonostante l’assenza di rilievi o di informazioni planimetriche adeguate il lavoro, pubblicato nel 198514, è certamente degno di nota in quanto fornisce uno strumento di lavoro utile ad affrontare l’analisi della problematica archeologica di Tarragona. La raccolta di notizie o di informazioni orali, così come la collezione di fotografie di resti oggi non più visibili o il cui stato di conservazione è notevolmente peggiorato, costituiscono senza dubbio una fonte eccellente di dati e un indispensabile strumento di lavoro.

Ancora con riferimento agli anni ’80 del secolo scorso di particolare rilievo, furono i lavori condotti nell’angolo sud-occidentale della terrazza intermedia, all’interno della denominata Torre de la Antiga Audiència. L’eccellente studio, pubblicato nel 1993 da X. Dupré e J. M. Carreté, generò una quantità cospicua di informazioni e dati planimetrici giungendo a una proposta ricostruttiva dell’edificio romano e del suo sistema di circolazione interno.

Sempre in questi anni, precisamente a partire dal 1982, furono realizzati i primi interventi sistematici di studio e scavo relativi al circo, per merito di lavori condotti da X. Duprè. Lo studio, preciso e accurato, riguardò il settore orientale dell’edificio circense, le cosiddette Voltes de San Ermenegild, pubblicato nel 1988 e corredato da un’esauriente documentazione grafica e planimetrica della zona.

Alcuni anni dopo un lavoro realizzato da Ll. Piñol15, frutto di una tesi di laurea, ampliò lo studio e apportò nuovi dati sulle tecniche di costruzione dell’edificio circense, così come su percorsi e accessibilità ai differenti settori delle gradinate, anche se putroppo non fu mai pubblicato come opera monografica.

La creazione nel 1986 del Ted’a (Taller Escola d’Arqueologia), un laboratorio per lo sviluppo di progetti di studio e restauro architettonico con una formazione prevista per i giovani, permise di ampliare le attività di scavo anche ad altri monumenti della parte alta, tra cui soprattutto il circo e l’anfiteatro. Il grande merito del Ted’a fu quello di pubblicare i risultati ottenuti e di svolgere attività divulgative, almeno per quella che fu la sua breve durata di circa tre anni.

Sempre nel corso degli anni ’80 furono condotti numerosi interventi archeologici in concomitanza con la costruzione di nuovi edifici o la ristrutturazione di immobili già esistenti, fornendo comunque un’occasione fondamentale di conoscenza della parte alta. Ad esempio i lavori previ alla costruzione della Seu del Col.legi Oficial d’Arquitectes de Catalunya (COAC), nella zona settentrionale del lato orientale della terrazza superiore di epoca romana, sfociarono in una pubblicazione nel 1993 che affronta l’evoluzione storica e architettonica di questo settore della città. Le strutture rinvenute, infatti, hanno permesso di ipotizzare che questa fosse la sede del nuovo episcopium della città visigota16.

I numerosi interventi archeologici che proseguirono negli anni ’90 permisero di acquisire nuovi dati soprattutto sulla terrazza intermedia e sulla conformazione del grande podio che circondava la piazza17. Questo permise a R. Mar18 di elaborare la prima ipotesi di ricostruzione architettonica di quest’area del monumento, proponendo la presenza di un portico colonnato. Nella pubblicazione del libro da lui stesso curato “Els monuments provincials de Tarraco”, l’autore propone anche la restituzione architettonica del portico della terrazza superiore con attico decorato da clipei con testa di Giove-Ammone alternati a lastre con candelabri. Il lavoro fu accompagnato da un’analisi della decorazione architettonica realizzata da P. Pensabene19 il quale ebbe il merito di catalogare e studiare i pezzi in maniera sistematica.

La proposta della conformazione architettonica e decorativa della terrazza intermedia effettuata da R. Mar fu accolta positivamente dalla comunità scientifica, radicandosi saldamente in quella che è divenuta l’immagine del Foro Provinciale anche negli anni a venire. Il dibattito venne riaperto qualche anno dopo con un articolo pubblicato nel 2000 da C. Pociña e J. A. Remolà, nel quale si propone un’architettura della piazza con un podio privo di portico, anche se la discussione rimase principalmente all’interno della comunità scientifica tarragonese. La tematica è stata comunque affrontata a più riprese negli anni successivi, soprattutto a seguito degli scavi archeologici condotti tra il 2010 e 2011 presso l’antico Beatari de San Domènec o Ca l’Agapito20, durante i quali fu rinvenuto un canale sulla superficie del podio nel settore occidentale, ma nessuna traccia di fondazione di un eventuale portico.

Fu nel 2007 che si giunse a pubblicare una prima sistematizzazione dei dati conosciuti relativamente alla città di Tarraco fino al 2004, referenziati all’interno di un GIS: la Planimetria Arqueológica de Tarraco. Il lavoro, corredato da planimetrie e da schede descrittive di ognuna delle aree oggetto di ritrovamenti all’interno della città, si è convertito in un primo riferimento fondamentale per la gestione dei dati, anche se sfortunatamente non è stato più aggiornato dopo la sua pubblicazione.

Tra gli interventi archeologici più rilevanti condotti negli ultimi 20 anni e che hanno contribuito in maniera incisiva sulla conoscenza del Foro Provinciale, si possono citare certamente gli scavi realizzati tra il 2000-2003 e il 2004-2005 all’interno del progetto Pla Director de la Catedral21, relativi al settore occidentale del Recinto di Culto. I lavori permisero di documentare il muro perimetrale della piazza per un’altezza di circa m 9. Si tratta di una porzione della struttura che include tre delle finestre che si aprivano in questo punto, nonché il sistema di drenaggio delle acque meteoriche esterno alla piazza.

Altrettanto importanti sono stati gli interventi archeologici che, tra il 2010 e il 2011, si sono concentrati all’interno della cattedrale della città, con notevole risvolto mediatico dovuto all’atteso rinvenimento del Tempio di Augusto. Durante gli scavi fu documentata una piattaforma in conglomerato alta circa m 2,30, interpretata come la fondazione dell’edificio di culto. I risultati dei lavori contribuirono ad alimentare un dibattito in realtà già esistente sulle dimensioni del tempio. Gli autori dell’intervento di scavo J. M. Macias, I. Teixell e A. Muñoz22 propongono infatti una pianta dell’edificio dall’ampiezza di m 27, teoria contestata da P. Pensabene e R. Mar23 i quali ne ricostruiscono una dimensione di m 30.

Negli ultimi anni gli interventi di archeologia urbana continuano a essere una fonte primaria di informazione, aggiungendo tasselli sempre nuovi alla conoscenza di un monumento per tanti aspetti ancora sconosciuto.

A tali interventi si sono affiancanti studi e sperimentazioni nell’uso delle nuove tecnologie digitali, riguardanti in particolar modo l’area del circo, facendo grande impiego di scansioni laser per riproduzioni di ricostruzioni 3D. I risultati, che spesso non contribuiscono in maniera realmente significativa alla conoscenza delle strutture antiche tanto da giustificarne l’utilizzo, restano comunque di indiscutibile impatto per la divulgazione.
A questo proposito degno di nota è il progetto ARREL24 che ha incluso il circo romano nella sperimentazione di Mobile Mapping e creazione di contenuti 3D25.

A proposito del circo, la celebrazione nel 2016 del 3° Congreso Tarraco Biennal26, integralmente dedicata a edifici e competizioni circensi, sebbene comprendesse interventi relativi a tutto il mondo antico, ha costituito un’occasione di riflessione e di riunione di vari lavori che hanno permesso di aggiornare lo stato della ricerca sul circo romano di Tarragona.

Un lavoro onnicomprensivo e divenuto senza dubbio di riferimento è rappresentato da un recente progetto in tre volumi dedicato all’intera città e di cui sono stati pubblicati i primi due numeri: il primo nel 2012 (Volume I: De la Tarragona ibérica a la construcción del templo de Augusto)27 e il secondo nel 2015 (Volume II: La ciudad altoimperial bajo las dinastías flavia y antonina (siglos I y II d.C.)28; l’ultimo è stato annunciato ed è ancora in preparazione. A detta degli stessi autori, R. Mar, J. Ruiz de Arbulo, D. Vivó e J. A. Beltrán-Caballero, l’opera vuole essere una proposta globale di restituzione della forma urbana di Tarragona da epoca iberica fino al VII secolo d.C. attraverso la raccolta e l’analisi di informazioni storiche, archeologiche, epigrafiche e numismatiche.

Per concludere, di grande interesse sono i due lavori pubblicati recentemente in forma di articoli con riferimento alla decorazione dell’attico del portico della terrazza superiore, i quali hanno riaperto il dibattito sulla ricostruzione avanzata da R. Mar, che finora era stata praticamente l’unica proposta ricostruttiva dell’aspetto di questa parte del monumento. Partendo dal dato archeologico, dunque da una nuova osservazione e analisi dei frammenti conservati, A. Peña29, nell’articolo pubblicato nel 2018, mette in evidenza come la ricostruzione decorativa avanzata da R. Mar nel 1993 contenesse importanti errori di calcolo nelle dimensioni degli elementi architettonici e dovesse dunque essere corretta. L’autore giunge a proporre una nuova sequenza decorativa che prevede la disposizione di due lastre con candelabro posizionate sull’asse della colonna e un clipeo nell’intercolunnio.

Un anno dopo, P. Pensabene e J. Domingo30, prendendo in considerazione frammenti di decorazione riconducibili a figure femminili, elaborano un’ulteriore proposta in cui ai clipei decorati con testa di Giove-Ammone si alternano non più lastre con candelabri, ma cariatidi. L’articolo contiene una riflessione sui modelli e i riferimenti provenienti dall’Urbs ma anche sul carattere di novità che inevitabilmente caratterizza la costruzione del Foro Provinciale, nonché un’ottima sintesi sullo stato della ricerca e un riesame sui frammenti di decorazione architettonica attribuibili ai diversi settori del monumento.

La topografia

La valenza scenografica e simbolica del complesso architettonico tarragonese ha influito in maniera significante sull’elezione dell’ubicazione topografica per la realizzazione del monumento. Allo stesso modo, la conformazione del paesaggio, e dunque la collina su cui l’edificio si costruisce, assume un ruolo di primo piano tanto nella scelta delle tecniche edilizie impiegate come nell’identificazione ideologica e rappresentativa del foro della provincia.

Il monumento viene realizzato nella parte più alta della città di Tarragona che tuttora conserva una toponimia molto chiara nella distinzione tra part alta per indicare il centro storico cittadino e part baixa, che identifica la vasta spianata che giunge fino alla costa e dove tanto in antico come oggi si ubica il porto cittadino. Si tratta di una collina dal sostrato geologico eterogeneo composta da rocce calcaree e argilla che si eleva a 80 m s.l.m., con il versante orientale che scende bruscamente verso la costa e quello sud-occidentale dal rilievo molto meno accentuato.

Naturalmente l’immagine attuale della città, per quanto ancora oggi conservi il suo naturale dualismo topografico, risulta essere frutto di modifiche continue, in atto sin da epoca antica, e finalizzate all’assoggettamento del paesaggio alle esigenze architettonico-urbanistiche del sito. I grandi cambiamenti urbanistici della seconda metà dell’800, con lavori di livellamento delle zone più irregolari della città per la realizzazione dell’eixample, possono dare un’idea di quanto abbiano inciso i cantieri costruttivi di epoca moderna sul paesaggio odierno della città (fig. 3). Solo poche incisioni come quella di Wyndegaerde (1563) possono restituire l’immagine della topografia cittadina precedente a questo momento. Ma la trasformazione topografica della parte alta ebbe luogo, come già menzionato, a partire da epoca antica. Basti osservare la costruzione delle mura cittadine di età romana, per le quali nella prima fase
di costruzione, realizzata con grandi massi in opera ciclopica, sembra probabile che fosse stata impiegata la pietra cavata direttamente dalla roccia sottostante31.

Foto scattata intorno al 1890 circa che mostra il paesaggio tra il Passeig de les Palmeres e l’attuale Rambla Nova, zona situata poco a sud del limite meridionale del circo romano
3. Foto scattata intorno al 1890 circa che mostra il paesaggio tra il Passeig de les Palmeres e l’attuale Rambla Nova, zona situata poco a sud del limite meridionale del circo romano (Gabriel 2001, 328).

La topografia della parte alta di Tarraco determinò in maniera abbastanza naturale lo sviluppo urbanistico e architettonico della città sin dai primi contatti dei romani con questa terra. Il paesaggio risulta difatti caratterizzato in maniera incisiva da una collina dalla forte valenza scenografica che genera una sorta di dualismo topografico naturale che si riflette, già a partire da epoca romana, in una sorta di doppio nucleo insediativo: nella parte bassa, in prossimità della foce del fiume Francolì32, almeno dal VI secolo a.C., si attesta la presenza di un insediamento iberico; la sommità della collina tarragonese, seppur in assenza di testimonianze archeologiche, dovette invece essere il luogo scelto per l’installazione del praesidium e successivamente dei castra hibernae delle truppe romane33 che, guidate da Gn. Scipione e sbarcate sulla costa ispanica nord-orientale durante la Seconda guerra punica, ne scorsero immediatamente il potenziale, come confermerebbero le stesse fonti letterarie34. Questa zona infatti offriva un’ottima capacità di controllo dell’area circostante e costituiva un perfetto punto organizzativo per le attività militari. A partire dal II secolo a.C. fu poi inglobata all’interno delle mura cittadine, delle quali purtroppo esiste solo una cronologia ante quem35 determinata dalla seconda fase di costruzione. Tra il 150 e il 125 a.C., infatti, fu definito il nuovo pomerium che questa volta giunse a includere al suo interno anche la parte bassa della città.

Nonostante in età imperiale gli interessi geo-strategici di tipo di militare e difensivo si trasformino nella necessità di disporre di un’area dalla incisiva valenza simbolica e rappresentativa, il promontorio tarragonese continuò a esercitare il suo forte potere di attrazione. È infatti all’interno delle stesse mura di età tardo-repubblicana che si inseriscono i volumi architettonici del complesso terrazzato di età imperiale (fig. 4). Una posizione che ne accentuava l’essenza scenografica e la funzione propagandistica, appositamente scelta affinché gli edifici pubblici fossero visibli già nell’avvicinarsi al porto. Una tesi quest’ultima che sembrerebbe confermata anche dai modelli topografici della città realizzati in 3D sulla base di mappe storiche, foto di archivio e dati provenienti da notizie di scavo36.

Ricostruzione planimetrica del Foro Provinciale di Tarraco
4. Ricostruzione planimetrica del Foro Provinciale di Tarraco (rielaborazione autore da Macias et al. 2007, 29, fig. 19).

L’impatto psicologico che la privilegiata posizione del Foro Provinciale doveva sortire sui suoi spettatori fu dunque il principale elemento a motivare la volontà di monumentalizzare una zona difficilmente gestibile sia in quanto si trattava di un promontorio, sia per la presenza di un perimetro già costruito, ovvero le mura, all’interno del quale le nuove strutture si sarebbero dovute adattare. Uno spazio già marcato e definito non solo dalla presenza del circuito murario urbano, ma anche dal cammino della Via Augusta che separava l’antico insediamento militare dal centro civico di età repubblicana. Le profonde riforme di rimodellazione urbana volute da Augusto avevano modificato l’antico percorso della Via Heraclea, che costeggiava il nucleo urbano a ovest, spostando l’accesso alla colonia nella zona nord-orientale37. In seguito alla costruzione del Foro Provinciale, tale percorso si trovò a fiancheggiare la facciata del circo e a definire il limite meridionale di tutto il complesso.

Notes

  1. L’autore realizza una lode di Tarragona in cui la città viene comparata con Roma (Toldrà i Sabaté, 2003). Ove non specificato le foto e le elaborazioni grafiche presenti nel volume sono dell’autrice.
  2. Autore della Memoriae Urbis Terraconensis (Del Arco 1915).
  3. Pons D’Icart 1572.
  4. Mauro 2018, 151.
  5. Tarrats & Remolà 2003.
  6. Nel corso del XIX secolo i resti romani della parte alta continuarono a essere descritti, sebbene non fu apportata alcuna novità rilevante (si veda tra gli altri Albiñana & Bofarull 1849).
  7. Flórez 1769.
  8. Laborde 1806.
  9. Hernández Sanahuja 1892.
  10. Serra Vilaró 1960.
  11. Balil 1969.
  12. Alföldy 1973. I suoi studi dimostrarono che le statue rinvenute nella terrazza intermedia erano dedicate ai flamines del concilium della provincia e a importanti funzionari. L’interpretazione dei dati epigrafici provenienti tanto dalla terrazza superiore quanto dalla terrazza intermedia permisero di stabilire che il complesso era in funzione in epoca flavia. Si tratta di piedestalli che, nel caso della terrazza superiore, appartenevano a statue dedicate a divinità, all’imperatore o a personaggi con alti incarichi nell’amministrazione imperiale; per ciò che riguarda i pezzi provenienti dalla terrazza intermedia, si riferivano a membri dell’aristocrazia provinciale, in particolare flamines e flaminicae, oltre a funzionari dello stesso concilium provincae.
  13. Hauschild 1974; 1983.
  14. Cortés & Gabriel 1985.
  15. Piñol 1995.
  16. Aquilué 1993, 114-123.
  17. Si possono citare gli scavi realizzati nel settore nord-orientale della piazza, presso il C/Merceria 11 (Piñol 1993a); gli scavi nell’attuale Plaça del Rei (Güell et al. 1993); nel settore sud-occidentale presso la Casa Museu Castellarnau (Vilaseca & Diloli 2000).
  18. Mar 1993b.
  19. Pensabene 1993.
  20. Díaz 2011; Teixell et al. 2014.
  21. Menchon et al. 2004.
  22. Macias et al. 2012b.
  23. Mar & Pensabene 2010.
  24. Blay et al. 2017.
  25. Macias et al. 2018.
  26. López, ed. 2017.
  27. Mar et al. 2012.
  28. Mar et al. 2015.
  29. Peña 2018.
  30. Pensabene & Domingo 2019.
  31. Gabriel 2001, 285. In base alla testimonianza di J. Serra Vilaró (1960, 36), ancora in epoca medievale l’area circostante la Torre del Arzobispo sarebbe stata impiegata come cava di materiale per la realizzazione della facciata della cattedrale.
  32. Miró 1998; Adeserias et al. 1993; Asensio et al. 2000.
  33. Ruiz de Arbulo 2000.
  34. Plin., Nat., 3.4.21.
  35. La prima fase di costruzione delle mura, che potrebbe essere contemporanea agli avvenimenti della Seconda guerra punica, può essere relazionata con la trasformazione della città in capitale di provincia nel 197 a.C. o vincolarsi alle campagne repressive di Catone del 195 a.C. (Mar et al. 2015, 51-52; Menchon 2009, 48-49), possiede solo una cronologia ante quem derivante dalla datazione del materiale ceramico associato alla fase di costruzione successiva (per l’interpretazione delle fasi costruttive delle mura si veda: Hauschild 1975, 246-262; 1979, 204-250; 1983).
  36. In base a suddetto studio, l’arrivo alla città da qualsiasi altro punto che non fosse il porto avrebbe impedito la vista di tutti i monumenti della parte alta, a causa della topografia stessa del promontorio, delle mura o di altre strutture cittadine (Orengo et al. 2001, 720).
  37. Ted’a 1989b.
ISBN html : 9782381490069
Posté le 30/08/2020
ISBN html : 9782381490069
Publié le 30/08/2020
ISBN livre papier : 9782356133588
ISBN pdf : 9782356133571
ISSN : 2741-1508
7 p.
Code CLIL : 4117 ; 3385
http://dx.doi.org/10.46608/DANA2.9782381490069.4
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Comment citer

Vinci, Maria Serena, “Capitolo 1. Il cosiddetto Foro Provinciale di Tarraco”, in : Vinci, Maria Serena, Il “Foro Provinciale” di Tarraco (Hispania Citerior): tecniche e processi edilizi, Pessac, Ausonius éditions, collection DAN@ 2, 2020, p. 19-26, [En ligne] https://una-editions.fr/il-cosiddetto-foro-provinciale-di-tarraco [consulté le 7 septembre 2020].

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